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ALBERGHINA

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Francesco Alberghina


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La tecnica pittorica di Alberghina è formalmente ineccepibile, una dote naturale affinata da una lunga esperienza; sorretto da una sensibilità non comune è giunto ad una forma espressiva disarmante per linearità e coinvolgente per contenuti. La tavolozza di Alberghina è ricca di colori pastellati, delicati come i suoi soggetti ai quali non si addice il clamore di cromatismi squillanti; il suo “narrare” è pacato, quasi distaccato dai clamori del mondo, un ascetismo artistico che molto raramente si discosta da soggetti sacri o comunque legati ad una vita spirituale che è fonte e linfa ispiratrice al suo “cammino” felpato, che lo conduce e ci conduce a riflessioni su problemi teologici di difficile soluzione, in netto contrasto con il suo stile semplice, apparentemente distaccato dai “sussulti” quotidiani di una esistenza perigliosa dalle mille nefandezze. Il suo “Cristo” è di una bellezza abbagliante, comunque entro i canoni somatici della tradizione cristiana ma, di uno splendore “aureolare”, accecante, a dimostrare che Alberghina per dipingere si è servito, ovviamente, dei mezzi tecnici tradizionali intingendo però il pennello nel suo intimo sentire la divinità trascendentale, una potenza soprannaturale infinita che, umanamente, l'artista individua in una luce irradiante ad atterrire gli increduli, a squarciare il buoi del più gretto gnosticismo. I personaggi dipinti da Alberghina mostrano una certa rigidità nel gestire, peccato veniale, compensato da una delicata ricerca delle forme, pervase da una ieraticità suadente, messaggio pittorico all'osservatore che può non condividere l'ispirazione, ma non può certamente ignorare la capacità realizzativa di un artista che ha scelto il “carisma” della pittura per lanciare un urlo pudico ad una umanità che, ormai sorda ad ogni richiamo di vita serena, si avvia con stolta indifferenza, all'autodistruzione, cieca negazione di una speranza che per Alberghina è un “credo”, una promessa che, almeno per lui, verrà mantenuta.

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