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Pedro Cano
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Le opere di Pedro Cano consentono all’osservatore di apprezzare il percorso artistico del pittore iberico, consentendo paragoni e considerazioni, sempre ispirate da un procedere artistico non comune e dagli innegabili contenuti culturali. Pedro Cano è un signore bruno di viso, snello, coi capelli scuri e ondulati, gli occhi vivi e neri; diremmo quasi, se non conoscessimo le sue origini, che quella figura, quasi ieratica, è quella di un “autentico” siciliano. Del resto le sembianze isolane affondano i propri caratteri in quelli delle più antiche dominazioni, greca o araba, normanna o spagnola, possedendone geni e caratteristiche. Vedendo Pedro Cano, sembra immediatamente di conoscerlo, un volto noto; ci si chiede: dove l’abbiamo già visto? La risposta viene semplice: lo abbiamo “incontrato” in certe rappresentazioni del Velàsquez, in quegli hidalgo fieri delle loro nobili origini, oppure nei ritratti di tanti nobili siciliani effigiati in quadri di anonimi, anneriti dal tempo ed esposti in polverose pinacoteche o buie sagrestie, in cui lo sguardo penetrante e severo, sembra virtuosamente conscio di avere “impresso” un segno indelebile nella storia millenaria della nostra Sicilia. Da questo signore della pittura, nascono melodiche creazioni, che sembrano scaturire da un mondo che si anima nella trasposizione pittorica di sogni sereni di una realtà filtrata dal ricordo di giorni spensierati, di una giovinezza idealizzata nel perdersi iridescente di un orizzonte celebrale. Il pennello di Cano sfiora il supporto come timoroso di infrangere un sortilegio: ne nasce qualcosa di magico che si affida alla pacatezza dei colori. Colori che sembrano intravisti nella bruma del mattino, delicati come un soffio di vento che, trepido, si disperderà nel nulla dopo avere accarezzato i capelli di una giovane fanciulla, le cui emozioni, le trepidazioni, sfuggiranno beffarde dall’anima e dalla mente. Cano ama definirsi “uno spagnolo del sud”, ma i suoi colori sono ben lungi da sonorità mediterranee; eppure ciò non sminuisce la sua affermazione, anzi, la idealizza: nulla è squillante, nulla si impone per l’invadenza del colore, tutto è pacato, filtrato da una luce lunare, un cromatismo che ricorda le pianure lombarde e quelle magiche albe dove risuonano canti campestri, quando il gracidare delle rane lascia il posto al frinire delle cicale, omaggio selvaggio al sole che si leva tra le fragili fronde delle betulle. Sensazioni che si prolungano negli “interni” di Cano, letti vuoti dalle coltri in disordine, ancore tiepide dei corpi abbandonati in sonni ristoratori o agitati da notturne visioni intrise d’angoscia, in attesa spasmodica della luce vivificante del giorno che, dissolvendo le tenebre, ridona quiete e speranza, fiducia in un avvenire nebuloso ma prodigo di esaltanti promesse. I fiori di Pedro Cano si stagliano su sfondi di azzurro “sabbioso”: una sottile polvere si posa sui petali, smorzandone il naturale vigore ma fissandoli, per un attimo indefinito, in una inconsueta dimensione temporale, consentendo agli umori e agli aromi di sfuggire ad una morte incombente, vinta da una magia che solo un’artista ispirato come Cano può realizzare; un sipario che lascia intravedere le forme sottraendole al crudele ed ineluttabile ciclo della vita. E poi, sedie vuote, sospese in una silente aura, senza spazio, senza tempo, in attesa di ospitare un viandante stanco del lungo peregrinare alla ricerca, non di un luogo, ma della verità del mistero di un esistere che è gioia ma anche dolore e solitudine, pianto liberatorio all’ascoltare una poesia, una melodia che venendo da lontano, raggiunge il cuore di un animo gentile e lo colma di rinnovata speranza. Le macchine da scrivere, che poggiano su “sembianze” di scrivanie, scompaiono lentamente man mano che la missiva si compone e che, al suo termine, fagociterà il mezzo inanimato che è “vissuto” solo nel breve-lungo lasso di tempo che è servito a comporla, adesso negletta insieme alle idee, alle emozioni, ai palpiti di uno snervante ticchettio. Portoni possenti, anche se pittoricamente appena accennati, difendono anonime case, forse nobili, ormai svuotate di umanità. Non cigolano più al soffio del vento che, solo, canta antiche leggende che hanno come palcoscenico stanze vuote, mute di rumori familiari, piene di ricordi lieti e tristi di una storia millenaria. In tutte le opere di Pedro Cano è evidente un anelito alla spiritualità che doma il gretto materialismo, una freschezza espressiva che esalta ed evidenzia gli svariati impulsi sentimentali; la sua originalità pittorica sembra rivitalizzare spazio e tempo, profumi ed umori, senza confini sensoriali. I suoi letti disfatti, i suoi fiori cristallizzati, le siede “pensose”, gli scorci architettonici, i portoni che custodiscono un mistero che non sarà mai svelato, sembrano scandire il passare del tempo, di un desiderio e di un sogno nella realtà virtuale di un ricordo struggente o di un misterioso connubio tra amore e stimolante segreto.