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Aurelio Caruso
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Aurelio Caruso fa parte della ridottissima schiera di pittori palermitani emergenti che sono riusciti ad esprimersi, ad alti livelli, anche fuori dalla Sicilia. E' oltremodo stimolante assistere all'ascesa di un giovane pittore di talento, destinato certamente, in un prossimo futuro, a raccogliere quel successo che è maturato tra mille difficoltà e incomprensioni, confermando comunque una volontà di affermazione che ha scalfito lo zoccolo duro di un mondo culturale solidamente ancorato ad idee e concetti che in svariati casi hanno consacrato artisti, più per la loro estrazione geografica che per effettivi meriti artistici. La pittura di Aurelio Caruso cela, sotto un'apparente trasparenza, mondi sconosciuti e carichi di emotiva tensione, vibrazioni coinvolgenti che finiscono per insinuare nell'animo dubbi, incertezze, trepide domande alla ricerca di una risposta che solo la sensibilità affinata dal dolore può dare. Le tonalità generalmente pacate della tavolozza di Caruso, si accendono di riflessi violenti, provenienti dalle sensazioni che riescono a coinvolgere l'osservatore che, ad una prima sommaria visitazione, coglie solamente l'aspetto squisitamente figurativo. La pittura di Aurelio Caruso attrae per la semplicità di esecuzione che non tradisce un grande travaglio interiore; eppure i colori si stendono sulle tele con la fluidità della materia viva, facendo apparire minimo ogni tormento che inquieta l'artista. Un tormento che è sempre alla base di ogni figurazione di Caruso e che coinvolge chi le osserva in un vortice di sensazioni, in un'esaltazione pirotecnica del senso dell'esitenza.
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Nelle opere di Aurelio Caruso giovani donne dal languido sguardo ci balzano incontro; insieme curiose e schive, ci seguono, ci spiano e ci implorano. Il loro stato di cristallizzato stupore ci costringe ad ascoltare, a tendere l'orecchio verso quelle labbra immobili che filtrano fantastici racconti, avventure esaltanti, storie sordide e tenebrose. Ci fissano occhi sereni ma, nella loro scura profondità, rivelano una realtà di violenza e sopraffazione; la figura in atteggiamento languido che suppone una tranquillità interiore, cela, dietro un'appena percepita rigidità, la tensione spasmodica della belva, pronta, in un baleno, a scattare sulla preda. Donne vere, nulla di etereo, sfacciatamente femminili, di una femminilità che non cede a debolezza: apparentemente arrendevoli nella complicità al richiamo del “maschio”, mostrano forza sopita, una ribellione latente in cui è facile avvertire tangibilmente una vibrazione che finisce per stimolare un misto di violenta sensualità e trepida attesa. Eppure quelle giovani donne scaturiscono, dalle tele dipinte da Caruso, con la naturalezza di una felice creatività; l'artista è evidentemente stimolato da un soggetto a lui congeniale, nulla di artefatto, di forzatamente inserito nel contesto naturale del suo mondo, del suo sentire. Le tonalità generalmente pacate della tavolozza di Caruso si accendono di riflessi violenti, provenienti dalle sensazioni che riescono a coinvolgere l'osservatore che, da una prima sommaria visitazione, coglie solamente l'aspetto squisitamente figurativo, fino a quando, un lieve richiamo, appena percepito, lo costringe a riposare lo sguardo sull'immagine che si anima, raccontando, dalle labbra carnose, vite vissute, disillusioni e che non smette di narrare anche quando lo spettatore, ormai vinto, intrappolato da quel sortilegio, chiude gli occhi. Quelle immagini lo rincorrono, lo costringono a pensare, a partecipare, non più da spettatore, alla magia della vita, fantastica e sublime, brutale e spietata.
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Nell’affrontare il mondo di Aurelio Caruso, sentiamo la strana sensazione di violare una intimità schiva ai rumori del mondo; un’atmosfera apparentemente sognata, eppure reale e godibile, fino a quando non s’insinuano in noi dubbi e incertezze che sembrano provenire dalle immagini che ci inseguono dall'apparente immobilità delle tele e, inevitabilmente, ci tengono sospesi su un abisso di contenuti ... di messaggi appresi da labbra palpitanti ma beffardamente mute. Una torsione lieve del collo nervoso delle donne dipinte da Caruso rivela una forza controllata, nell’attesa di un improvvisa bufera portatrice di laceranti tragedie. È quella di Caruso una dimensione che trae la bellezza da giovani donne, distrattamente in attesa, con gli occhi dal nero profondo che fissano severamente un mondo che, ancora oggi, le vede soccombere ad una realtà dolorosa; ed ecco emergere dalla notte dei tempi dolore, rabbia sottaciuta, violenza e paura. Le fragili donne di Caruso sembrano però dire con orgoglio: “Io sono una donna!” Nelle opere di Caruso si evidenzia la propensione di questo artista per il mondo femminile, fatto di luoghi, di momenti di una vita mai completamente rivelata; un’irritante giuoco di specchi brillanti di lucori apparentemente solari ma, in effetti, pieni di ombre, di una monotona e tragica ripetitività che non consente vie di uscita. Le “donne” di Caruso sono portatrici e continuatrici di quell’alone di mistero che da secoli le circonda rendendole “diverse” dagli uomini, temute e molte volte discriminate per paura di quel qualcosa che rende incomprensibile e temuto il loro esistere, peraltro indispensabile e spesso sconvolgente per gli uomini, esseri non inferiori ma certamente privi del “felino” che contraddistingue l’imprevedibilità del mondo femminile. Ed è per noi un mistero come Caruso sia riuscito a penetrare un segreto che visualizza, con grande maestria, sulle sue tele, senza però svelarlo del tutto; non sappiamo se per pudicizia o per paura di violare un segreto che, se rivelato, potrebbe colpevolmente distruggere quell’aura di mistero che è stimolo e ragione del vivere mascolino. La pittura di Aurelio Caruso è dotata di una forza espressiva che travalica il semplice significato pittorico, per donare nella bellezza un messaggio universale che non può essere ignorato, buttato dietro le spalle e che rimane indelebilmente riposto nel nostro animo per essere goduto nella sua interezza.
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Quelli di Aurelio Caruso sono paesaggi di surreale bellezza si offrono all’osservatore come ricordi obliati nel frastuono cerebrale che stordisce ed ottenebra visioni del passato. Un passato certamente meno tecnologico del nostro ma, sicuramente, più vivibile, scandito da uno scorrere ponderato del tempo, quando ancora era possibile soffermarsi all’incanto di una campagna tranquilla, dai colori pacati, dalle ampie campiture di distese di grano maturo, giallo solare, quale scenico fondale al verde cangiante di alberi solitari, ombrosi, ristoro al riverbero di una realtà dal frenetico, convulso, desiderio di mete dall’apparente, ingannevole “el dorado”. La quiete bucolica che emanano i dipinti di Aurelio Caruso è solo apparente; è evidente, infatti, il dolore profondo di un animo dotato di sensibilità artistica nel rappresentare una realtà vissuta nel ricordo, dolce richiamo di una giovinezza non lontana nel tempo, eppure sufficiente a cancellare bellezza ed armonia, serena contemplazione di un mondo scomparso nei gorghi di un fluttuare disarmonico, nel risuonare cavernoso di un vuoto che atterrisce. Aldo Gerbino, nel presentare le opere di Caruso, ha voluto estendere le pulsioni dettate da quei paesaggi, non solo alla Sicilia, ma anche alla brumosa Lombardia, alla ridente e musicale Romagna. Non un luogo geograficamente definito quindi, ma un propagarsi in realtà diverse della nostra bella Italia, a sottolineare un’estensione di sentimenti e di immagini che assumono una valenza universale, nel totale abbandono di una natura prodiga, incolpevole spettatrice di una follia che genera dolore e dove la speranza ha un significato vuoto, non attesa di prodigo futuro, ma rinunzia ad ogni anelito di ritorno ad un mondo primigenio. Quel mondo che Aurelio Caruso ci mostra, oggi, nella sua incomparabile bellezza.
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I paesaggi incantati di Aurelio Caruso, scaturiscono da una realtà che attinge ad un poetico ricordo di un mondo di antiche melodie, quando la natura era prodiga di colori solari, non ancora mortificata dall'intervento dissennato dell'uomo, alla costante ricerca di un benessere economico che si è concretizzato in una selvaggia cementificazione. Quello che Caruso rappresenta è il territorio incontaminato della Sicilia più profonda che vive, ancora oggi, isola felice, nell'alternarsi coerente delle stagioni, dove il mondo contadino rimane, unico testimone, a ricordare la vita semplice ispirata dall'amore per la terra, madre e nutrice di uomini ingenui che, forse inconsciamente, sono propagatori di una filosofia che genera vita, irridendo le pulsioni distruttrici di “un'altra umanità” tanto fragile quanto propensa alla più cieca violenza, inevitabile portatrice di doloroso olocausto. Nelle opere di Caruso, dall'ispirazione irreale, i colori si espandono sul supporto a larghe macchie, componendo paesaggi luminosi, la cui cromaticità non è mortificata da spazi geometricamente repressi eppure comprensibili nelle varie componenti: l'azzurro del cielo o il giallo delle spighe mature, gli alberi dal verde ristoratore della terra di Sicilia, aspra e nel contempo prodiga, si suddividono in ponderate sovrapposizioni di toni; così il fruitore di queste visioni è invaso dalla piacevole sensazione di vivere con l'artista il mistero di una scoperta insperata. Tela per tela, soggetto per soggetto, fino alla comprensione di un mondo che Aurelio Caruso ha richiamato a nuova vita, alla ricerca amorosa di una realtà che si credeva perduta per sempre e che, adesso, ritorna rigenerata pur se riflessa nell'anima commossa dell'artista.
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Le realizzazioni pittoriche di Aurelio Caruso imprigionano dolcemente i nostri pensieri, conducendo a visioni di una natura riaffiorata alla memoria. Il ricordo sognato di un mondo “magico” affiora , mostrandoci scene di paesaggi che credevamo ormai perduti, inghiottiti da una selvaggia cementificazione. Caruso, potenza della sua immaginazione, ha la capacità di fissare tutto ciò sulle sue tele, irresistibilmente spinto da un fervore febbrile, dolorosamente consapevole che quelle visioni di una Sicilia “profonda”, dono irripetibile e prezioso, potrebbero essere destinate ad un tragico destino di imminente, irrimediabile, triste oblio. Il gioco cromatico di Aurelio Caruso si avvale di pochi pigmenti: il verde è variato in infinite sfumature, in velature sapienti che creare quei contrasti indispensabili a conferire profondità al paesaggio, alle colline dolcemente degradanti verso prati smeraldini, interrotti da valloncelli dorati, dove si suppone il germogliare del grano quando, gravato da ricco frutto, attende la falce per compensare la fatica dell’uomo, madido di sudore e ricco di antica sapienza. Le colline trasudano colore che, dilavandosi, sembra premonire il lento scomparire di un mondo colto nell’attimo del suo massimo splendore e che, adesso, tradito da una umanità pervasa da parossistiche pulsioni distruttive, si sottrae ad una fine di degrado mentale e spirituale. A questa conclusione non giungiamo per caso; infatti quel lampo vermiglio che, con frequenza, si nota nei dipinti di Aurelio, apparentemente dissonante con l’insieme cromatico, è stato cagione di svariate interpretazioni, non confermate ne smentite dallo stesso artista, un gioco gioiosamente “irritante”, uno stimolo al poetico disvelarsi dei sentimenti più segreti alla ricerca di una realtà effimera “umanizzata” da un onirico rapporto col segreto del proprio esistere. Noi abbiamo fagocitato mille pensieri in una osmosi esaltante e, alla fine, si è fatta strada, nella nostra mente, un’idea martellante, ossessiva, che ancora non ci abbandona; quella timida apparizione di vivido rosso è “una ferita della terra”; una ferita inferta con cruda violenza ad una natura immune da parossismi speculativi che, presto rimarrà un ricordo, un languido ricordo di un mondo dal quieto incedere al ritmo suadente di un armonico alternarsi del sole ustionante dell’estate, alla neve protettrice dal gelo mortale, dal risveglio sognante della primavera, al commovente declino dell’autunno. Il cielo di Aurelio Caruso, nella quasi totalità dei suoi dipinti, è di colore grigio, talvolta animato da timide nubi bianche, lontano dall’azzurro intenso del panorama siciliano, eppure reale nella tragicità del silenzio che pervade colline e dirupi che accolgono siepi ed ombrosi alberi a celare uno “spicchio” di orizzonte, forse, proprio dove la presenza umana altererebbe un’armonia che s’inebria di quiete serena, lontana dal fragore che Aurelio rifugge come presenza irritante e disarmonica. Tutto nella pittura di Aurelio Caruso richiama armonie di un passato obliato, ricordi struggenti di accadimenti che permeano la vita di qualsiasi uomo e, a maggior ragione, di un’artista che vive di intime sensazioni, nutrendosi di un “infinito amore” che riversa sul prossimo, con la sua arte, attraverso sentimenti di pace ed armonico vivere in una natura spiritualmente ritrovata, seppure perduta in una realtà che sembra volere “schiacciare” ogni speranza in un futuro pervaso dal dolce colore di un’aurora infinita.
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Il mio è un ricordo, un ricordo di giorni lontani, eppure vivido e nostalgico. Ricordo quando Aurelio, nelle sue opere, delimitava grandi anonime città, con altrettanti palazzoni anonimi resi ancor più tristi da una bruma umida e grigiastra, che paludava quei “casermoni” di una atmosfera decadente, fredda come l'acciaio, il vetro e l'inespressivo ottuso cemento. Ricordo ancora quando popolava quelle periferie di fanciulle bellissime che nel profondo dello sguardo nero tradivano una latente consunzione, una fine vicina, tanto rapida quanto ingiusta. Oggi, mi inebrio ed illumino dei paesaggi di Aurelio, mi circondo di cieli azzurri o di un grigio gentile, armonico; mi vesto delle immense distese verdi punteggiate da alberi e da siepi, del giallo delle messi mature; rifletto nel vedere quella piccola ferita rossa che si insinua in tutte le opere recenti di questo artista a stimolare mille domande e milioni di risposte nell’incertezza del mistero che alberga in ogni anima; e tutta l’angoscia si placa in un’armonia che è vita, è speranza, è amore.