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Qualcosa di inquietante e di irritante insieme caratterizza, da sempre, le opere di Bruno Caruso e, sempre, tali sensazioni solleticano la nostra mente, stimolando i nostri pensieri; sensazioni esaltanti e paurose insieme, che ritornano ogni qualvolta ci accostiamo alle realizzazioni di questo singolare artista siciliano. Lo sforzo per sottrarci a questa atmosfera è violento e doloroso, eppure necessario per tornare in una dimensione assolutamente terrena tale da permetterci un'analisi distaccata di queste opere. Cosa si può dire o scrivere di Bruno Caruso che già non sia stato detto o scritto? Associarsi al comune consenso di pubblico e di critica che da anni lo sostiene parrebbe la cosa più facile, ma cozzerebbe violentemente contro il nostro modo di vedere o di pensare, e ci influenzerebbe riportandoci a considerazioni banali e luoghi comuni. Questo grande artista palermitano, nei lunghi anni della sua attività, pur non distogliendo l'attenzione dal messaggio sociale, ha manifestato sempre sintomi di rinnovamento e di ricerca, che hanno segnato, nel tempo, profondamente le sue opere. E' innegabile l'interesse, quasi ossessivo, mostrato da Caruso verso determinati soggetti che, se non ripetuti, vengono di volta in volta rivisitati nell'intento non vanificato di fare arte, nella consapevolezza di “scrivere” pagine e pagine di accusa spietata verso una società tutta tesa al raggiungimento di obbiettivi in antitesi con le esigenze e le legittime istanze di un'umanità dolente. La mano sapiente di Caruso ha dato forma alla pazzia: i personaggi da lui rappresentati mostrano sul volto i segni inconfondibili della demenza, ma la tragicità di quella condizione è esasperata dalla coscienza della solitudine. Questi esseri “diversi”, che provocano disagio e paura, riassumono nei disegni di Caruso la loro primigenia dimensione umana per reclamare, non mendicare, un diritto all'esistere che nessun comportamento disumano può loro negare. La pazzia è per Caruso uno stato di vita larvale, una parentesi di incosciente vitalità, una realtà dolorosa non priva di aspetti ironici ed insieme rivelatori; uno stato di semi-beatitudine nel quale tutti i sentimenti e i desideri, anche più torbidi e nascosti, si rivelano e si attuano senza pudore; un ritorno all'iniziale innocenza, uno specchio inquietante dove noi “esseri normali” ci rispecchimo. Gli aspetti mitologici colti non di rado da Bruno Caruso invadono il presente sovrapponendosi ed integrandosi ad esso; la fanciulla ghermita dalla piovra, al di là dell'intento del pittore, assume significato della lotta disumana verso una realtà impietosa, mai disposta a perdonare, ma sempre vigile nel ghermire ogni nostra debolezza. Le sue fanciulle guardano con sguardo trasognato verso un orizzonte a noi invisibile ma lucidamente avvertito e sofferto dall'artista, capace di percepire l'invisibile. Un orizzonte a cui Caruso molte volte si ispira nel tentativo altruistico di coinvolgere il comune spettatore in quell'aura di beatitudine che solo lui avverte e traduce in pittura. I paesaggi di Bruno Caruso, ma sarebbe più giusto dire gli spaccati di un orizzonte vastissimo sono immersi in una luminosità accecante; la precisione del segno finisce per esaltare particolari apparentemente insignificanti e che, invece, si collocano in posizione preminente o comunque non secondaria, per dare vita ad immagini tanto complesse quanto incisive ed evidenti. Per Caruso non è stata mai tanto inesatta la definizione di “natura morta”; gli oggetti, i fiori, gli animali, da lui rappresentati sono, per definizione, inanimati ma, anche in questo, l'artista palermitano riesce a distinguersi: l'inanimato pulsa di una vita interiore, il suo messaggio è talmente percepibile da fare dimenticare l'immobilità sinonimo di morte per tramutarla in vita pulsante, ricca di messaggi, istanze e bellezza. È probabile che Bruno Caruso nell'evoluzione della sua pittura ci offra in futuro altre sensazioni, altri palpiti di commuovente liricità ma, intanto, e questo è un dato inconfutabile, ci offre sensazioni esaltanti, commuoventi, irritanti, provocanti e, tutto ciò, sostenuto da una tecnica pittorica di rara sapienza, non accademica, scaturita piuttosto dal suo sentire e dalla capacità di interpretare quello che molti di noi vivono giornalmente e che supinamente ignorano.
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Bruno Caruso è un artista siciliano che da anni, ormai, ha trovato a Roma, a pochi passi dal Colosseo, la propria dimora. Un artista siciliano che come tanti ha lasciato l’isola senza mai dimenticarla, portandone sempre aromi e melodie nel più profondo del cuore. Tutta l’opera di Bruno Caruso, fin dagli ormai lontani esordi, è accompagnata da una “colonna sonora” avvertita nell’intimo dell’osservatore che dalle opere di questo straordinario artista si espande e penetra i più segreti recessi dell’animo umano. La musica è grave, è triste nell’accompagnare la visione dei palazzi sgretolati dai bombardamenti alleati del 1943 che infersero distruzione e morte impietosa a Palermo, già mortificata ed offesa dalla miseria atavica. I disegni raffigurano i palazzi crollati nei minimi particolari, quasi mattone per mattone, non puntiglioso accademismo, ma ossessiva memoria da serbare nella mente quale monito per le generazioni future. Adesso le note seguono un andamento severamente geometrico: innumerevoli tavole di legno stipate in grandi magazzini, sono scandite da un ritmo costante, spaziato in coerenti pause, in attesa di divenire mobili preziosi a perpetrare la sapienza e l’abilità di ispirati ebanisti. Gli anni Sessanta si popolano di dame pretenziose: le teste “preziose” sormontate da “trionfi” di capelli, indossano pellicce dei più svariati felini e di questi assumono lo sguardo e la positura, grottesche imitazioni di creature sublimi per bellezza e corporale armonia, uccise per la felicità di insulse ma ricche nobildonne. Nel sofferto periodo in cui Caruso ritrasse la vita dei ricoverati presso il manicomio, per motivi di studio, l’artista non colse soltanto l’aspetto esteriore, ma cercò febbrilmente i contenuti di anime sconvolte dalla sofferenza. La mano sapiente di Caruso ha dato forma alla pazzia, i personaggi da lui rappresentati mostrano sul volto i segni inconfondibili della demenza, della tragicità di quella condizione esasperata dalla coscienza della solitudine. Quegli esseri “diversi” che provocano disagio o paura, riassumono nei disegni di Caruso la loro primigenia dimensione umana per reclamare, non mendicare, il diritto all’esistere che nessun comportamento disumano può loro negare. La pazzia è per Caruso uno stato di vita larvale, una parentesi di incosciente vitalità, una realtà dolorosa che non è priva però di aspetti ironici ed insieme rivelatori, uno stato di semi-beatitudine nel quale tutti i sentimenti e i desideri sordidi e nascosti, si rivelano e si attuano senza pudore; quasi un ritorno ad una iniziale innocenza, uno specchio inquietante per noi “esseri normali”. Gli aspetti mitologici colti da Bruno Caruso, non di rado invadono il presente sovrapponendosi a lui. Le sue fanciulle guardano con sguardo trasognato verso un’orizzonte a noi invisibile, ma avvertito e sofferto dall’artista che percepisce un oltre al di là del visibile e che, attraverso la pittura, cerca di suggerirci coinvolgendoci in quell’aura di beatitudine che lui avverte e traduce in mirabili visioni. La piovra, da sempre simbolo dell’incubo, terrore per l’orrido e l’ignoto, ghermisce il corpo di una giovane fanciulla che si offre allo sguardo in tutto lo splendore della sua nudità e lo trascina inesorabilmente verso l’abisso: il suo volto è stravolto dall’orrore, dalla paura di una fine imminente. I lunghi tentacoli avvolgono il candido corpo in un abbraccio bestiale; un tentacolo del mostro accarezza impudicamente il “grembo” che si offre indifeso ed ecco il viso della fanciulla, prima stravolto da un’atavica paura, come trasformato da una espressione di orgasmico godimento: è una smorfia ingannevole di infinito dolore per una violenza mentale e fisica che accomuna milioni di donne in tutto il mondo? Il piacere e il dolore si sfidano in un duello “biblico” e le gioie e le ambasce dell’uomo si annullano in un pensiero teologico che non conosce debolezze e tentennamenti e si sublima in un amore universale, soprannaturale. La mia non è incertezza comprensiva, ma pudore di dare un’interpretazione tanto difforme ad un momento di fremente ispirazione artistica che solo Caruso ha il diritto di rivelare … se lo riterrà opportuno. La svariata produzione di questo artista continua poi con cassette e cesti ricolmi di fiori, di farfalle e di conchiglie, qualche volta porti all’osservatore da fanciulli dai grandi occhi, neri come olive, espressione evidente di una sicilianità mai spenta nella mente e nell’anima di Bruno Caruso. Non mancano i ritratti di personaggi famosi in tutto il mondo, nell’ambito della narrativa o del teatro, quali Pirandello, Moravia ed altri. Le grandi serre racchiudono un mondo di struggente bellezza pur nella fragilità temporale; colori, umori, forme si concentrano in un tripudio di immensa gioia rivivendo nell’abilità pittorica di Caruso che trova un sigillo negli immensi “ficus” che protendono le loro radici aeree verso la terra: è evidente la materializzazione del desiderio dell’artista di tornare ad “affondare” il suo spirito nella terra natale, lontana da troppi anni ma mai obliata.