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CONIGLIO

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Alessandra Coniglio


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Se la macchina fotografica è un mezzo tecnicamente perfetto per riprodurre la realtà che ci circonda, è pur vero che questa realtà può essere fissata in attimi di banale espressività, in una cristallizzazione di un momento, di un avvenimento, che non desta emozioni, un autocompiacimento fine a se stesso che come tale, merita l’anonimato. Alessandra Coniglio fuga invece la monotonia del “già visto”: la macchina fotografica è, per lei, un mezzo indispensabile non disgiunto dal suo mondo interiore; non un mezzo inanimato, dunque, ma un “oggetto” vivo, pulsante all’unisono con le sue emozioni, le sue tristezze e le sue gioie, capace, grazie alla sua abilità, di esaltare un mondo splendido di colori ... di umori, di aromi. Una tavolozza i cui cromatismi non conoscono limiti si offre, quale dono inestimabile, a sollecitare pulsioni ad un animo ingentilito nel cogliere gli aspetti più vibranti di una natura incontaminata. Gli alberi, simbolo di vita, nelle immagini di Alessandra, pur nella fissità fotografica, suppongono uno stormire di fronde suggerito dalle infinite gradazioni del verde; un verde ora vivo, irradiato dal sole, ora cupo, scurito dall’ombra ristoratrice. E ancora i tronchi, le cui torsioni, “scolpite” da una nobile vetustà, sono poste in risalto da un sapiente giuoco di ombre. Tutto ciò, è vero, l’occhio lo coglie immediatamente, ma per il vero fotografo, ogni istante deve essere dosato sapientemente dall’obiettivo, per non perdere la fugace magia che distingue nettamente una immagine poetica da una banale. L’obiettivo di Alessandra si sofferma, “straordinariamente pensoso”, sugli aspetti di coerente bellezza di una natura vista con animo sereno, proiettato a cogliere tutto ciò che è armonico, una melodia non scritta ma che l’osservatore avverte in un commovente abbandono al bello; una sensazione avvertita cerebralmente, fini al chetarsi di ogni affanno in una comunione “sovrumana “ con il Creato. Alessandra ha dimostrato, se ancora ve n'era bisogno, che anche l’inanimato può donare visioni di struggente bellezza, soprattutto se interpretato con sapienza tecnica e, soprattutto, con il sentire segreto di un intimismo creativo che scorge la “luce” oltre il banale, lo “stupefacente” al di là della mediocrità che massifica, distruggendo la fantasia e con essa il bello e l’armonico.

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