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Mi è grato pensare che la prima alba del mondo avesse i colori dei dipinti di Naire Feo. Il rosso incendiava il cielo, ma l’oscurità sulla terra non si era ancora del tutto dissipata; all’orizzonte, però, il blu intenso tendeva a scolorarsi in azzurro limpido, solcato da lingue di giallo sulfureo. Una miriade di colori che una volta perduta la loro “virulenza” donarono vita al giorno, consentendo al sole, ormai incontenibile, di illuminare e riscaldare una terra avida di vita, di suoni, d’umori. Il vivere ed operare in Sicilia ha certamente inciso profondamente sulle scelte cromatiche di questa giovane artista, condizionandone l’espressività ed il carattere che, pur esprimendo sensazioni intime, si affianca ad illustri precedenti ai quali non è estranea l’influenza guccioniana. In Naire, però, i colori sono più intensi, vibranti di un luce diffusa che illumina il “cantuccio” più segreto, disvelando il mistero di una terra esaltata da una natura prorompente, dove è bandito ogni compromesso, rivelando una verità ineccepibile che contrasta, non temendo, il contraddittorio esprimersi di una Sicilia splendida nei colori e nei suoni, ma tragica nella storia millenaria; isola dolente, ma mai prona. Il procedere artistico della Feo non conosce titubanze: le ampie campiture cromatiche sono “stese” con gesto rapido, ogni ripensamento influirebbe negativamente su una continuità che è coerenza e, innanzi tutto, sicurezza del gesto, certezza di un risultato che affonda nell’esperienza, nel naturale esplodere di una creatività irrefrenabile, dote ineffabile nell’interpretare il colore come vita, come missione, come personalissimo chetarsi di pulsioni irrefrenabili che trovano “sollievo” solo quando il suo pensiero è divenuto immagine godibile, criticabile, in ogni caso mai banale. Col passare delle ore, in prossimità del tramonto, le montagne appena accennate si colorano di narciso mentre il mare si confonde con le propaggini montuose in un connubio, non disarmonico, di blu e di grigio, quasi un ritorno al primordiale caos. E’ la poesia insita nello spegnersi del giorno che … tornerà, adesso, in un susseguirsi infinito, fino all’avverarsi della profetica fine del mondo. Scrivere delle opere di Naire Feo è naturale come osservare la natura che ci circonda, offesa, svilita, eppure ancora prodiga di doni ineffabili: è conseguente una narrazione che potrebbe non avere mai fine, all’unisono con l’operare di Naire, ogni giorno differente in una continuità stilistica che non è appiattimento, ma osservazione dinamica di un divenire temporale e spaziale della natura “narrata” con infinita poesia, non un’illusione dei sensi, ma sensibilità artistica, una dote che permette di osservare al di là del visibile, comunicando visivamente al prossimo le vibranti sensazioni che possono essere captate e trasmesse all’osservatore, incolpevole, ma incapace di scorgere ciò che per il suo campo visivo, esula dalla realtà.
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L’ispirazione pittorica di Naire Feo vola nel vento, non turbine distruttore, ma leggera brezza che, lungo il suo cammino, accarezza l’ocra screziata da rare chiome di verdi baobab della savana africana, silenziosi, spettrali, deserti, cime innevate di alte montagne e foreste e mari dall’inesauribile cangiare d’azzurro, di blu, di verde … per poi accarezzare il volto di questa pittrice per narrarle, con voce vibrante d’emozione, di quelle visioni fantasmagoriche che in un fantastico processo osmotico penetrano nell’anima commossa di questa sensibilissima artista che, avvolta da “coocun” orgasmico, trasferisce quei colori, quelle atmosfere, sui supporti che divengono testimoni di una natura primigenia, rigenerata dall’amore per il bello e l’armonico, urlo “silente” ad arrestare un processo distruttivo che, a breve, segnerà la fine del nostro, splendido, mondo. Quel refolo gentile spira dalle cime delle montagne verso tramonti infuocati, a lenire l’ardore del giorno e del mare; all’alba a ridestare una natura dormiente nel nero della notte, morte-non-morte tragica, ma inevitabile per rigenerare le membra e ridare vigore e rigoglio ad alberi e prati fioriti, brillanti di rugiada. Queste sensazioni intime e difficilmente teorizzabili, penetrano nel nostro più profondo sentire, facendoci accantonare, per un attimo, il puro aspetto artistico che, ce ne renderemo conto presto, è la prima cagione delle nostre emozioni più esaltanti. Il mondo di Naire si “nutre” di colore; il sole si inabissa nel mare, al tramonto, il rosso è corposo, denso di effluvi vitali, una promessa di rapido riapparire. L'orizzonte si avvale di quell'esplosione “rumorosa” per cogliere i suoi riflessi fuggenti: scarlatti sfumati screziati da lingue sulfuree, viola che annunciano il giungere delle tenebre appena ingentilite dall'azzurro marino, ancora vivace di onde spumose, fosforescenti nel lambire la rena, cancellando, a poco a poco, l'impronta degli amanti che lì hanno giaciuto incuranti del sole ustionante. Il cielo sembra osservare dall'alto quello spettacolo di indescrivibile bellezza; l'azzurro vivido del giorno viene invaso da un lieve rossore che, espandendosi, diviene sempre più denso fino a divenire un fitto velario di velluto nero ad occultare un altro giorno, un altro amore, un'altra vita che si spegne nell'eco di un vagito, felice presagio del prossimo giorno. Il verde dei prati è vasto ma lontano, come scorto da altezze superbe: si avverte appena l'ondulare delle montagne, dovuto, forse, al giallo delle messi mature, unica parvenza dell'esistenza umana altrimenti evitata come elemento perturbatore di una quiete ritrovata nella primigenia creazione. L'assenza umana non mortifica le realizzazioni di Naire Feo, anzi è utile per focalizzare l'attenzione su una natura rigenerata esclusivamente dal colore; i pigmenti delle sue opere vivono d'armonia grazie alla sensibilità di un'artista che coglie gli aspetti più commuoventi di un creato mortificato, ferito dall'imperante speculazione. E questi pigmenti sono capaci di rigenerare, attraverso l'arte e grazie ad un amore incondizionato per il bello ed il musicale, ciò che ci è stato sottratto a soli scopi economici, in una corsa insensata verso l'olocausto. Naire ottiene tutto ciò con il solo ed esclusivo utilizzo del colore, attinente certamente ai canoni che l'arte impone, ma con campiture ampie, rapide pennellate; nessun tentennamento o ripensamento, un'abilità che genera ammirazione, una astrazione che non altera la visione d'assieme: il cielo, il mare, le montagne, tutto è riconoscibile e suggerisce sensazioni trepidanti. Tutto crea un sensuale piacere che ci invita ad immergerci in un paesaggio teoricamente astratto ma artisticamente ineccepibile. Senza “sussulti” di forme e di colore, ogni pigmento si inserisce coerentemente nella costruzione totale, un giuoco funambolico che mai, nessuna “accademia” potrà insegnare. È probabile che a Naire quel vento gentile dica molto di più di quello che noi riusciamo a captare; ma è cosa ovvia: questa “delicatissima” artista, sorridendo, ci sfida a penetrare in un mondo “tutto suo”, provocando sentimenti di insaziabile curiosità e trepida ricerca di una verità che, forse, non riusciremo mai a svelare per il semplice motivo che tutto è avvolto in un'aura di sogno, un attimo di felicità totale, raramente realizzabile e raramente “interamente” comprensibile.