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FERLAZZO

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Gaetano Ferlazzo


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Mi sono sempre chiesto se si sogna a colori o in bianco e nero ma non sono mai riuscito a carpire questo segreto al sonno. Non mi rendevo conto che, tutto sommato, era sufficiente posare lo sguardo sul mondo dell’arte, per penetrare l’intimo di un mistero svelato dall’evidenza di ciò che l’onirico suggerisce a degli artisti “toccati” da un carisma fantastico. Non ho avuto più dubbi dopo avere osservato le opere del pittore naïf, Gaetano Ferlazzo, scomparso, purtroppo, qualche anno addietro. Come tutti i naïf Ferlazzo aveva del mondo una visione fortemente onirica, legata ad un universo infantilmente fantastico unito ad una padronanza tecnica mai vinta da influenze accademiche: minute riproduzioni di animali, di oggetti, di abeti smisurati, quasi cortine impenetrabili, a gloria di favolosi natali, tutto racchiuso nel ristretto mondo del supporto, non caos, ma puntigliosa riproduzione priva degli orgasmi di una realtà chiassosa, eccessivamente colorata, quindi inevitabilmente disarmonica. Ferlazzo con le sue opere riportava quieta armonia pur con l’ausilio di colori intensi, vivaci ma mai invadenti. Per comprendere il mondo naïf bisogna immedesimarsi in pensieri dove predomina la fantasia, dote indispensabile per qualsiasi forma di arte ma assolutamente insostituibile in un mondo di fiaba, senza mai cadere nella banalità o, peggio ancora, in una volgarizzazione di forme e colori che offenderebbe lo sguardo ed ogni animo disposto ad accogliere il bello “pacato” dove il frastuono è bandito come perturbatore di quiete serena. Ecco, quindi, che i cieli si infiammano di rossi tramonti, nessuna sfumatura, eppure nulla va a scapito della profondità del paesaggio che, riflettendo quel rosso scarlatto varia, si modifica, per penetrare in piani diversi a creare prospettive immaginate in una costante coloristica che fa supporre orizzonti infiniti. In quei microcosmi, piccoli ed eleganti puledri “pezzati” trottano o si mostrano in tutta la loro statuaria bellezza, orgogliosi del leggero gravame di piccole dame portate in groppa, andando incontro ad appuntamenti sperati, romantici come l’artista che li ha immaginati. Grandi fiori scarlatti si impongono in primi piani, su paesaggi ricchi di mille particolari, tali da colmare ogni spazio che è offerto dal supporto, “felice” di ospitare una fantasia sfrenata, eppure mai chiassosa, sempre vigile a non saturare una realtà immaginata che è vita, amore e tanto altro e che non vuole essere turbata dalla imperante banalità. E ... ancora, una cacciagione che vive ancora nei colori del fantastico piumaggio e ... cocomeri ebbri di umori che esplodono in spicchi ricolmi di polpa rossa a placare la sete, a addolcire le piccole amarezze della vita di fanciulli giocosi. E poi distese di vivido giallo, ad indicare le messi mature che laboriosi contadini raccolgono su carri ricolmi di spighe. Il tutto si staglia su uno sfondo caleidoscopico, brillante e giocoso, di grande impatto visivo. Guardo le opere di Ferlazzo e mi stupisco “colpevolmente incredulo” per i risultati che ha saputo raggiungere, pur riconoscendogli una originalità che è bellezza, armonia, un canto alla vita che ancora avvertiamo suadente pur provenendo da un mondo che è silenzio, nella pietà di una vita spezzata, anche se vissuta intensamente nel magico mondo dell’arte, ascoltando le melodie dei colori, godendo dell’armonia delle forme: Gaetano Ferlazzo è scomparso da questo mondo ma continua a vivere tra noi e ci viene incontro sereno in un “sorriso dipinto”.

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