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GUCCIONE

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Piero Guccione


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Il contatto con le opere di Piero Guccione è sempre immediato; l'attenzione è subito catturata da un genere di pittura che, seppur "classica" non si rifà a canoni tradizionali, avendo il merito di donare qualcosa di nuovo, di mai visto. Questa sensazione diviene ancora più palpabile man mano che le varie opere scorrono sotto i nostri occhi; dopo una prima superficiale osservazione, alla ricerca dell'immediato godimento, siamo sospinti e coinvolti ad un'attenta analisi delle varie composizioni. Il colore, la padronanza del segno, tutto quanto, insomma, serve a rivelare la capacità realizzativa che dalla tecnica trae origine, ma dall'ispirazione l'opera compiuta, godibile, criticabile, in ogni caso totalmente leggibile. Guccione, non è una scoperta, trae la sua forza espressiva dal colore; è innegabile che la padronanza e la sapienza delle cromie gli hanno permesso di esprimersi a livelli percepibili dal grande pubblico, non offrendo però la sua raffinata produzione alla banalizzazione, rimandendo su un piano concettuale sempre elevato, libero da intelletualizzazioni artificiose, che complicherebbero inutilmente la comprensione e l'appagamento del senso estetico che, alfine, conduce l'osservatore a riflessioni compiaciute di pieno consenso. I colori fluiscono sulla tela con ritmo incalzante, componendo un assieme armonico, liricamente coinvolgente, privo di pause forvianti, alla ricerca di una bellezza e di un'armonia che, quasi musicalmente, si espande in sensazioni di commovente identificazione con la natura, con il suo fascino incommensurabile ed irraggiungibile dall'uomo. Le realizzazioni di Guccione, stilisticamente ineccepibili, riescono a donare senso di pace, di tranquilla spensieratezza, uno stato di totale beatitudine che, tra realtà e sogno, conduce lo spettatore a visioni di ritrovata fanciullezza. E' evidente che Guccione ha raggiunto l'obbiettivo principale per un artista; donare agli altri le stesse vibrazioni, le stesse coinvolgenti sensazioni che lo hanno accompagnato nel breve-lungo arco di tempo nel quale la sua creatività ha trovato libero sfogo. Nessun condizionamento, nessuna forzatura nelle sue opere: tutto è frutto di un'anima che dal tormento trae gioia e appagamento in una altalena dal moto irrefrenabile che fermerà le sue oscillazioni in un momento imprevedibile, quando l'artista avrà dato se stesso, svuotato dall'amore che ha dato vita e senso ai suoi quadri, un'autoimmolazione tanto dolorosa quanto indispensabile che permette a questo creatore d'immagini di credere anche dove ha regno l'impossibile.


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Per Piero Guccione il sole della “sua” Sicilia non dardeggia infuocato il paesaggio, ma lo accarezza lieve in una luce diffusa che ne svela i più reconditi segreti, narrati con accento nostalgico; un accento non decadente, anzi sorretto da una forza interiore che riflette il passato di una terra tragica eppure sempre capace di donare visioni sognate, delicate, come la sensibilità di questo artista ispirato che oblia la tristezza facendo emergere il gioioso risuonare di antiche melodie. L’atmosfera vagamente surreale delle opere di Guccione esclude, spesso, la presenza dell’uomo; tranne che in rarissime eccezioni non è mai inserito nel paesaggio, come fosse un elemento perturbatore di un equilibrio “artisticamente” raggiunto da una natura “solitaria” eppure, non per questo, avara di messaggi, esaltati offerte poetiche di struggente bellezza. Il lieve sciabordio dell’infrangersi del mare su spiagge dorate, popolate da “parvenze” di alberi spezzati dal vento, monti appena accennati, giungono a noi come un sonno leggero che precede, di poco, un dolce oblio. Quello di Guccione è un racconto raccolto dal vento;di un vento che raggiunge spighe mature che ondeggiano come flutti danzanti di una saga narrata nelle notti chete di una campagna incantata; o, ancora, di un vento forte capace di spezzare tronchi e rami che continueranno a vivere come ruderi romantici a testimoniare antichi fasti. In Guccione, tutto, è sempre un inno alla natura: per questo, lo sguardo limpido di questo artista, si ingentilisce nell’osservare un mondo che è stato armonico dispensatore di bellezza e di quiete, lontano dagli “strepiti” di un modernismo frainteso, falso simulacro di una divinità mendace che attrae e stritola ogni essere, che, incautamente, le si prostra. Allora, bandito ogni riferimento ad una realtà che non gli appartiene, Guccione protende il suo essere verso un mondo primigenio, forse periglioso, ma stupendo nei suoi silenzi, nei suoni armonici di una terra che dal caos primordiale ha attinto per giungere, alla fine, ad un ordine coerente di forme, di umori e di flagranze. I colori di Guccione risuonano di melodie mediterranee, mai fragorose, divenendo cromie delicate e sfumate, espressione di una Sicilia Fiabesca, lontana dal tragico nero delle lave, dall’ocra bruciato della terra arsa dal sole. Il colore di Guccione è ricco di umori vivificanti, che si espandono in azzurri pacati, in verdi riposanti, in rossi “placati” da rosate atmosfere crepuscolari, in tinte violacee di struggenti albe che “spargono” ben auguranti, tiepidi raggi solari. Come accennato in precedenza, Guccione rappresenta l’uomo raramente e, anche in questo caso, con uno stile inconfondibile: la figura è delineata da pochi rapidi tratti, eleganti astrazioni di parvenze sospese in un “limbo fetale”; di esse si intravede la forma elegante ma indefinita, come espressa in un momento creativo che, non lontano dalla meta, rimane sospeso in un’attesa trepida, nell’incertezza della creazione di un essere “naturalmente” sublime, eppure capace di inaudita violenza e di crudeltà inenarrabili. Tutto è sospeso, e così rimarrà nelle raffigurazioni e nel sentire artistico di Piero Guccione, attratto dai suoi simili ma troppo diversi da lui per amarli e non identificarli con il gelido messaggio dei simboli più diffusi di un benessere artificiale: ecco allora apparire le popolarissime automobili Volkswagen e, in particolare, il celebre “Maggiolino”, segreto desiderio di un’epoca dall’illusoria ricchezza economica che l’arte di Guccione identifica con la droga che stordisce le coscienze e mortifica la “residua” dignità umana. Perché proprio le automobili? Perché Guccione vede in esse simulacri dal cupo risuonare di vuoto affettivo, nell’indifferenza di entità irraggiungibili, create dall’uomo per l’uomo a sorreggere una fragilità estetica tesa al raggiungimento di una “compiaciuta” felicità che nasconde, ma non troppo, il desiderio prevaricante di esseri protesi allo sterile raggiungimento di mete dal vacuo contenuto egoistico. Tutta l’opera di Guccione è pervasa da un profondo amore per la natura e ad essa affida il suo sentire artistico sperando nell’approvazione dei suoi simili, in un atto altruistico incondizionato e teso a sconfiggere il suo profondo scetticismo, certamente giustificato e da noi “tristemente” condiviso.


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All’inizio della sua “avventura” pittorica era pensiero e stimolo, nell’espressione artistica di Piero Guccione, un’automobile di marca famosa, un’automobile “per tutti”; il celebre Maggiolino, rappresentato non nella sua interezza ma in particolari significativi, non negava una visione “al di là del vetro” creando spesso un’atmosfera misteriosa. Queste auto, vuote o popolate da ombre, supponevano misteriose presenze che potevano scaturire dalla fantasia dell’artista oppure, ancor più realisticamente, dall’osservazione acuta di una “realtà” evidente o sfuggente, mai certa portatrice di quiete serena. E poi … vennero i cieli immensi che, ancora oggi, si immergono, senza soluzioni limitative, in mari tranquilli; cieli che per Guccione sono un tributo commosso ad una identità smarrita, ispirata dal dolore “puro”, esente da forme che identificano l’oggetto vanificando ogni fantasia, ogni sussulto a disvelare un mondo sconosciuto dove i rumori, ogni segno di vita, si identifica nel colore, placido negli azzurri marini orgasmico nei rossi tramonti. L’astrazione, se di astrazione si può parlare in Guccione, rimanda ad immagini ed oggetti, i più svariati, ad alberi inseriti in paesaggi che sfumano dolcemente nella fantasia; commuove un fiore di Ibisco che su uno sfondo solare, perduti gli umori vitali, muore, consumando la tragedia che ogni essere vivente non può evitare: ma in quel fiore che appassisce scorgiamo una morte che non vuole essere banale, quanto piuttosto portatrice di messaggi, di implorazioni ad una umanità che, indifferente, continua ad ignorare tutto ciò che non è utilitaristico, asservito al gretto materialismo. Il mondo di Guccione non ha confini ne spaziali ne fantastici, la natura si stilizza in sembianze e colori nell’esaltante procedere verso forme indefinite, dai contenuti mai realmente tangibili, in un giuoco fantastico della memoria, commovente, trepida, angosciante … in totale abbandono ad una armonicità che tutto pervade e vivifica. L’esaltazione artistica spinge Guccione verso una febbrile ricerca; soluzioni sempre nuove, alla scoperta di un mondo al di là del visibile. Non ci troviamo mai di fronte ad immagini banali; mai “scialbi”, i quadri di questo grandissimo artista vivificano la fantasia e, attraverso essa, creano una dimensione felice e creativa vissuta intimante nel vasto mondo della pittura. I nudi di Guccione, gli splendidi “d’après” ispirati da Leonardo, Michelangelo, Tiziano o Masaccio, non mostrano alcun languido abbandono, nessuna concessione a decadenti immagini di richiamo erotico, che banalizzerebbero, rendendola superficiale, l’ispirazione dell’artista. Tutta l’esuberanza dei corpi, offerti allo sguardo senza ritrosia, emanano pulsioni di una bellezza folgorante, lucida visione di una eleganza formale che, ai più superficiali, potrebbe sembrare accademica; nelle opere di Guccione, tutto è confermato e nel contempo smentito da una tecnica che, rifiutando cromatismi assordati, si basa essenzialmente sul tratto deciso del pastello o della grafite, sulle ombreggiature che sottolineano rotondità o asperità che, armonicamente, danno vita a figure dal riconciliante apparire, lungi da ogni tendenza alla volgarizzazione di sembianze scaturite “pure” da una natura immune da orgasmi di compiaciute perversioni. Ed ecco figure sacre o profane nate dal tratto rapido che fissa subitaneamente una positura, una espressione di intensa meditazione, un abbandono sognante; uccelli in volo colti nell’attimo dell’abbandono alla levità, felici, prima di precipitare folgorati da una morte incomprensibile. E poi, i fiori: gli ibischi di Guccione, arancione come il sole o rossi come un’alba siciliana, pur ebri di umori primaverili, come abbiamo già detto, suggeriscono contemporaneamente una prorompente sensualità ed un’imminente corruzione; la bellezza non si è cristallizzata nel tratto sapiente dell’artista, nulla potrà sottrarla al naturale decadimento. Questo artificio pittorico non è solo padronanza tecnica ma anche “filosofica” visione della vita, di una natura prodiga di promesse e di dolorosi disinganni. Guccione, nella sua continuità stilistica, guarda con occhi limpidi un mondo pervaso da pulsioni che, colte ed elaborate cerebralmente, assumono difformità figurative, senza mai tradire una passione che, nata con lui, lo pervade profondamente. Gli occhi di Guccione raccontano disincantati ciò che si pone all’attenzione della loro fervida fantasia, in una ricerca ispirata e mai sognante, di una certezza che non esclude le crudeli contraddizioni di una natura “devastata”, ma le accetta con la pacatezza di una visione armonica che sa cogliere “il bello assoluto” anche dove albergano dolore e tristezza come, per esempio, nel ritratto di Leonardo Sciascia, assorto e vinto da un immenso mistero.

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