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IRACI

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Tecla Iraci


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Originale la tecnica di quest’artista che, pur collegandosi al post-cubismo, ha trasfuso nelle sue opere un intimismo spirituale che le rende estremamente godibili, visibilmente e culturalmente. Le opere di Tecla Iraci sono legate artisticamente da un unico filo espressivo ma ognuna è singolarmente analizzabile, interpretabile, leggibile. In ogni opera apprezziamo la ricerca di quei contenuti che non fanno di un dipinto un semplice, ed a volte banale, veicolo di fuggevole godimento visivo. L’accostamento dei colori denuncia una sensibilità cromatica non comune e, nel contempo, un linguaggio gradevole a completamento delle forme, in un’unica vena espressiva; nessuna pausa o irritante ripetitività. La tecnica pittorica della Iraci si avvale di sovrapposizioni in legno che, dal supporto fatto dello stesso materiale, si elevano a formare una struttura dalle forme sempre diverse, nel contenuto e nel colore; queste “materializzazioni” del pensiero, con abile artificio, traggono in inganno l’occhio dell’osservatore che percepisce spessore anche là dove vi è solo pigmento. I titoli delle realizzazioni della Iraci ci richiamano ad una realtà ispiratrice dove il sogno è sempre incombente, legato all’ispirazione “madre” di ogni opera d’arte; ma non tipizzano i soggetti cristallizzandoli in uno spazio angusto, anzi suggeriscono voli fantastici in una realtà che di fantastico ha ormai ben poco. “Dove nascono i sogni”, “Paesaggio urbano”, “Nuvole”; questi sono solo alcuni titoli dalle tante opere di Tecla Iraci, ma sufficienti ad idealizzare la vena artistica di questa singolare artista. Ad osservare attentamente queste opere ci è evidente il gioco di luci e di ombre che danno vita all’idea divenuta racconto. Ma è una illusione effimera; quasi un dono che la pittrice vuole dedicare a pochi intimi. Ombre e luci scompaiono fugate dalla luminosità diffusa artificialmente o naturalmente: al tramontare del sole l’artificio scompare. E’ evidente l’idea dell’artista di focalizzare l’attenzione su di un punto centrale dell’opera, per poi disperderla in una esplosione di colori, di linee, che sembra vogliano andare oltre la limitata superficie del supporto. Non neghiamo di essere rimasti piacevolmente coinvolti dalle opere della Iraci, nell'entusiasmo di un “magico” istante. Questa artista, dotata di mezzi tecnico-artistici non comuni, ha avuto il coraggio di spezzare il comodo filo delle esperienze passate, per addentrarsi in un mondo espressivo nuovo, tanto esaltante quanto periglioso. Un cammino che è, in fondo, l’aspirazione massima di ogni artista che non tenda ad emarginare il contenuto per privilegiare l’arido aspetto visivo.


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Molte delle opere di Tecla Iraci sono ispirate alle opere di Tamara de Lempicka: opere che interpretano in maniera del tutto personale le tele della grande artista. Tali opere, racchiuse in un ciclo, sono diventate un significativo omaggio, quasi un segno di “amicizia artistica”. Dipinti che nascono da una ispirazione che, inizialmente casuale, è diventata percorso artistico proteso, per lungo tempo, a soddisfare un’esigenza avvertita con veemenza e portata a termine dopo lunga riflessione, una riflessione che ha saputo concretizzare una forte attrazione per un mondo lontano nel tempo, ma palpitante di fervidi interrogativi e vivace creatività. Tecla Iraci, ispirandosi ad alcuni celebri quadri di Tamara de Lempicka, ha dato vita ad una rivisitazione delle opere della bellissima pittrice polacca che, come un ciclone, si abbatte sull’ovattato mondo artistico e mondano delle “Belle epoque”, sconvolgendo canoni esistenziali e culturali di un mondo, quello di inizio secolo, sonnolento, adagiato e cullato dalle luci sfavillanti, ma vacue, della “Vie Lumière”. I lavori della Iraci, pur rispecchiando la plasticità ed i colori delle opere di Tamara, si discostano da esse, innanzi tutto, perché vivono in una atmosfera pervasa da una “normalità” esistenziale che non è appiattimento, ma diversa concezione del bello e emanazione creativa di una visione intima di una sensualità che, nell’artista polacca, è ambigua mentre nella Iraci è vissuta con una naturalezza disarmante, cosa che finisce inevitabilmente per coinvolgere e condizionare. Infatti Tecla, avvalendosi di una spontaneità che, non artificiosa, trasmette sensazioni di puro estetismo, è immune da atmosfere conturbanti di una umanità decadente, votata dall’autodistruzione, vittima di un giuoco affascinante che si reggeva e si regge sull’illusione ed il vuoto mentale. I quadri della Iraci impongono a Tamara uno stile realizzativo che smorza la mollezza dei corpi: i colori sono fedeli, ma l’espressione stilistica è legata alle esperienze precedenti; avvalendosi di inserimenti lignei in rilievo rispetto al supporto, Tecla scompone i corpi flessuosi in un evidente “post-cubismo” che non turba l’armonia delle forme, donando ad esse una tridimensionalità che rivitalizza una immobilità innaturale, esteticamente valida, ma lontana da una realtà che è dinamismo e non solo fermezza formale. La Iraci quindi, pur affascinata dai personaggi dell’inquieta artista polacca, non è vinta dal fascino conturbante che emanano immagini femminili dolcemente sognanti, o dal tenebroso sguardo “del viveur” che, lungi dall’essere “ammaliatore” denuncia il vuoto pauroso di un’esistenza dedicata al “piacere”, fatua sembianza di una felicità del tutto terrena. La Iraci coglie artisticamente e psicologicamente l’aspetto intimo di una personalità ribelle, quale quella della Lempicka, e la ridimensiona con disarmante candore: non altera l’estetica delle opere, ma impone ad esse la sua personalità, il suo modo di vivere, la sua espressione artistica in una personalizzazione che conferisce originalità. La tensione realizzativa infonde nelle sue opere una umanità diversa rispetto a quella delle “asettiche”, seppur bellissime, immagini di Tamara di Lampicka: oltre al bello, per Tecla Iraci, esiste qualcosa di molto più importante nella vita, un realtà che, oltre ad essere attraente, deve essere compresa nell’intimo calore di un altruismo che infonde, nella vita e nell’arte, un’atmosfera di infinita quiete, serena armonia che emana afflati di una vita e non sconvolgenti pulsioni di lucida follia.

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