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Non è stata certamente la prima volta che ho avuto modo di osservare dei dipinti o delle sculture raffiguranti personaggi, maschili o femminili, dal fisico a dir poco opimo e ogni volta non ho potuto fare a meno di notare che se le raffigurazioni classiche s’imponevano per l’eleganza della struttura corporale, sensualità e piacevolezza estetica, destando l’ammirazione incondizionata degli esteti della bellezza e dell’armonia, i seni prorompenti, i ventri trasbordanti e i visi rubicondi suggerivano, dapprima, curiosa indecisione, poi attenzione viva per opere certamente non rispondenti a canoni classici, eppure attraenti e, probabilmente, più aderenti alla realtà. Non esprimevano affatto volgarità o irridente grottesco apparire. I miei ricordi si riempiono di divertita nostalgia tornando con la mente ad una escursione a Palazzo Boboli a Firenze: appena “avvolto” dalla stupenda scenografia del “favoloso” giardino, notai un Bacco panciuto, scolpito nel marmo, a cavalcioni su una tartaruga che dalla bocca gettava un refrigerante zampillo d’acqua; il viso del dio, atteggiato ad un riso beato e irridente, esprimeva “sana” allegria e sicuramente le guance rigonfie esprimevano ancor più questa sensazione. Ebbene, in quell’occasione vidi meraviglie di ogni genere, dipinti, sculture, capolavori di un antiquariato prezioso ma, dopo anni, quando penso a quel giorno lontano, rivedo con nostalgia quel corpulento “beone” che ride, beffardo, in faccia a tutti i “potenti” del mondo. Le forme “abbondanti”, del resto, hanno caratterizzato interi cicli artistici, e non solo in certa statuaria e nelle raffigurazioni del Bacco. Basta osservare i giovani semidei della mitologia, dalle membra paffute, quasi femminee, eppure virili nell’eleganza della struttura corporea; una struttura che, seppur priva di fasce muscolari possenti, esprime una sensualità conturbante, adombrante velate promesse di amplessi dolcissimi ispirati dall’inebriante nettare del frutto della vite che Bacco esaltava nell’espressione suprema della voluttà e del piacere tutto umano, non violento, non animalesco, ma poetico, sublimato fra il contatto fisico e l’identità spirituale. O ancora, basta osservare le numerose rappresentazioni di satiri che, con un sorriso ammiccante, insidiavano la castità di ritrose ninfe che fuggivano, affatto spaventate, volgendo il bel viso verso l’insidiosa tentazione, più che una richiesta d’aiuto un invito velato a non desistere dall’inseguimento. I seni turgidi, i ventri rigonfi, hanno suggerito, in ogni epoca, una simbologia fin troppo evidente, una propensione notevole alla maternità. Fin dalla notte dei tempi, il “maschio” prediligeva quella promessa di fertilità, quando ogni altro sentimento d’ordine spirituale veniva sovrastato dalla necessità di procreare, solo procreare: la morte mieteva impietosa i nascituri, le donne vittime di parti inumani, uomini esposti ai pericoli della caccia per procacciare il cibo al suo nucleo familiare e, principalmente, tramandare il suo gene sovrastando i suoi simili, deboli fisicamente, storpi e ammalati. Per secoli fu così, nell’ordine naturale delle cose, poi, non troppo tempo addietro, l’uomo impazzì, tornò ad abitare oscuri meandri, non rupestri ma cerebrali e si diede da fare per creare la “razza pura”; ma questa, per fortuna, è un’altra storia che si è esaurita percorrendo i prati fioriti della ragione. E’ bene, a questo punto, tornare al vero scopo della mia attenzione, cagione della prefazione, necessaria, ma ingombrante. Ho avuto modo, recentemente, di ammirare le opere della scultrice Marisa Lambertini: tutte le sue sculture, o quasi tutte, si impongono all’attenzione per la loro corpulenza; una corpulenza che non è però fatta di grumi massicci di adipe grottesca, o rotondità spropositate ad imporsi come mostruosità divine di tempi remoti, come ho sempre considerato, certamente errando, le sculture del celebratissimo Fernando Botero. Le “Pomone”, come le ha chiamate Marisa Lambertini, sono delle creature dalle membra “prosperose” che generano allegria in coloro che le osservano e insinuano uno strano sentimento di velato erotismo; eppure i loro ventri tondeggianti, i seni che, proporzionati al resto del corpo, poggiano mollemente, sulla pancia sporgente, non dovrebbero apparire attraenti né sensualmente né artisticamente. Il viso rubicondo è atteggiato, volta per volta, a un riso felice, dolcemente imbronciato, come quello di una bimba alla quale è negata una bambola, fissato in una espressione di irragionevole allegria, “disegnato” da abbondante libagione; attrae per una bellezza polarizzante che si impossessa dell’osservatore, dimentico di trovarsi a contatto con freddo e immoto bronzo che, per sortilegio artistico, si anima provocando inconscia attrazione, sospesa fra l’armonia delle forme ed il desiderio irragionevole di scoprire un sentimento mai provato che si impossessa della mente, se non dell’anima. La tentazione del contatto fisico è prepotente, forse irragionevole, ma dettata dal desiderio sensoriale di accarezzare lentamente, per apprendere dolcemente, da quel contato, le “forme” eleganti o aspre che l’ispirazione artistica ha dettato a questa scultrice “espressivamente” unica sia nella tecnica che per l’atmosfera che sa infondere a qui corpi trasbordanti abbondanza e sensualità. Marisa Lambertini ha dato vita anche a sculture dai canoni classici ma, anche in questi casi, non si ha la sensazione della materia immota: il plasticismo delle membra, quasi sempre femminili, è talmente naturale da inserirsi con armonia in ogni luogo, sia prospiciente ad un mare splendido che in un ambiente di relative, modeste dimensioni, dando la sensazione di spazi liberi da barriere architettoniche. Soffermarsi sulle varie opere di questa scultrice, che meriterebbe maggiore attenzione in campo nazionale ed internazionale, contribuisce a riconciliarci con l’arte, con la bellezza e con l'armonia. Quella della Lambertini è un’espressione figurativa che, nella sua originalità, permette, in modo determinante, di definire i confini dell’arte pura staccandoli da quelli dell’avventurismo propagandato da critici d’arte non sinceri, al solo scopo di perseguire lauti guadagni a spese di ingenui collezionisti che, crediamo inconsciamente, hanno permesso, da parecchi anni, l’imporsi della menzogna sulla pura e nobile fantasia, provocando in tal modo un delirante concetto artistico che, fortunatamente, non riuscirà mai ad offuscare la bellezza e l’armonia della vera espressione artistica, godibile, fruibile e riconoscibile da chiunque possegga buon senso e sensibilità per il bello che, attraverso gli occhi, colpisce violentemente l’anima.