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MIRABELLA

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Saro Mirabella


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Saro Mirabella, come tanti altri artisti suoi conterranei, ha dovuto seguire la strada dolorosa del “viandante”; mai stanco ha intrapreso un cammino che lo ha condotto, in Italia e all’estero, lungo il percorso del riscatto, dove l’arte non era negletta, anzi, compresa e condivisa. Cosa che, probabilmente, lo ha intimamente rattristato, per la consapevolezza di non essere stato capito nella sua terra che ha amato e che era entrata profondamente nel suo essere, con i suoi colori, gli umori, i profumi di una natura tanto contraddittoria quanto splendida in una realtà fatata. Nel suo lungo peregrinare Saro Mirabella è approdato, inevitabilmente, a Roma dove fu accolto con calore da innumerevoli artisti e, in particolar modo, dal pittore bagherese Domenico Quattrociocchi ed è a Roma che Mirabella, oltre ad affinare la sua espressione artistica, prende coscienza delle istanze politiche e sociali, ancor più estremizzate in un periodo tragico per milioni di italiani e che culminerà con la sua militanza partigiana. L’impegno incondizionato, nella vita e nell’arte, si evidenzia in opere come “Mattanza” del 1951, che affronta la problematica del lavoro, umile e oscuro, di pescatori mal pagati e tenuti ai margini della società civile, e “Strage a Portella”, del 1950, opera che evidenzia lo spinoso fenomeno della connivenza politico-mafiosa che imponeva e ancora impone, con la violenza, privilegi sociali e, innanzitutto, economici; il suo ricordo delle tante nefandezze della guerra, si estrinseca nelle opere “Torturato” del 1964 e “Olocausto”, dello stesso anno. Le “divagazioni” geografiche di Mirabella, non hanno smorzato in lui un fuoco che è divampato negli anni giovanili trascorsi in Sicilia, anzi ha stimolato ricordi di momenti mai del tutto obliati, ridestandoli da un sonno agitato, popolato di umori e colori, di una natura aspra eppure gentile allo sguardo dell’osservatore ferito da una luce che tutto illumina in una evidenza disarmante. Ed ecco, le “marine” di Mirabella, non sono caramellose imitazioni della realtà: il mare si frange mugghiando spumoso su scogli terrosi, cupe propaggini di lingue di fuoco che il tempo ha fissato in forme fantastiche di nero basaltico: lontano, oltre il blu del mare, nubi pesanti di pioggia, foriere di tragiche tempeste, sono squarciate dal rosso del tramonto. Sono visioni di una natura che non disdegna il paradosso, che non desta stupore, che diventa, in queste opere, appagamento di un desiderio cromatico che non imita passivamente la realtà naturale, ma la pervade di una diversità esaltatrice. Saro Mirabella è stato un figurativo, un informale, un astratto: ha percorso strade perigliose per appagare il suo desiderio di “nuovo”, uno sperimentare senza cadere nella banalità, alla ricerca del nuovo coerente ad esaltare una cultura non comune, non disgiunta da una sensibilità oltre l’umano, che lo ha spinto ad esplorare mondi nuovi, forse già percorsi ma senza lasciare segni tangibili a vanificare il suo desiderio spasmodico di virginee scoperte, distinguendosi sempre per la luminosità dei suoi quadri, preziosi scrigni di vibranti colori sospesi nel buio, non ectoplasmi, ma reali messaggi di armonia e di speranza. Anche le umili aringhe affumicate e mummificate divengono, nella pittura di Mirabella, dei pesci preziosi, dal corpo lucente che occulta la rigidità della morte salina e da banale cibo, utile a placare la fame del più umile degli uomini, si trasformano in preziosi messaggeri di coerenza espressiva, del tutto idonei a soddisfare una esigenza estetica che nobilita soggetti all’apparenza insignificanti. Saro Mirabella ha tracciato i suoi “nudi” più belli, le sue “contadine” dal viso e dalle mani morse dal sole e dal gelo, servendosi del carboncino; corpi flessuosi o infagottati in vestiti talvolta di povera fattura, altre di ricercata sartoria, danno vita ad opere mai di “maniera”, a bellezze muliebri che esaltano la femminilità, rendendola coerente con un creato armonico. Mirabella, indifferente all’ottusità ed alla banalità, ha proseguito con puntiglio il suo cammino che tendeva alla perfezione e, incurante delle ferite inflitte dal tempo che fagocita bellezza e armonia, ha proseguito in un percorso che nessuna nefandezza umana potrà mai oscurare, avvolto in una luce irradiante ha disvelare gli angoli più reconditi della fragilità umana. Il lungo sodalizio con Renato Guttuso, avuto durante il suo soggiorno romano, in alcuni casi, ha inciso profondamente sulle sue opere, nei colori possenti, nelle linee nette, mai ripensate che caratterizzano una pittura vigorosa che riecheggia lo “spavaldo” procedere del maestro bagherese: ma Mirabella non ha imitato, non si è lasciato condizionare, ha semplicemente interpretato e fatto suo ciò che gli sembrava più opportuno. Potremmo dire che ha “respirato” il fluido magico che la terra di Sicilia emana, ispirando quei colori, quei soggetti, quelle armonie che anche Guttuso aveva avvertito prepotenti nel richiamo artistico della rappresentazione pittorica. Un “lungo” momento di confronto quindi, mai svilente imitazione e poi … ancora a percorrere e a seguire i suoi “moti dell’anima”, in un susseguirsi di sperimentazioni che solo lo spegnersi della vita ha fermato, ma che rimane indelebile testimonianza nei dipinti che perpetuano il suo pensiero al di là di una morte che, monito per la stragrande maggioranza di una umanità sorda al richiamo della bellezza, dell’amore universale e dell’armonia che, forse, sono le uniche vere ragioni del nostro esistere.

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