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Giuseppe Modica
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Quelle di Giuseppe Modica sono immagini di commovente liricità, visioni di una natura incantata immune da dolorose separazioni temporali e spaziali; nelle creazioni di questo artista mazarese ma romano d'adozione sono evidenziati alcuni riferimenti che tipizzano il paesaggio siciliano, senza negare l’espressività di luoghi dove il verde degli alberi si attenua con il sole che illumina, con parco lucore, una natura che sogna nell’incanto primaverile di un meriggio padano. Finestre “scrostate” dagli anni di infinite intemperie inquadrano, delimitandolo, il mare tranquillo che specchia un’improbabile metropoli priva di suoni o di sussulti vitali; “La camera degli sposi”, è l'attesa di un risveglio infelice in un ambiente anonimo che non suggerisce slanci amorosi ma fine senza palpiti di una passione che, un tempo, infiammava la mente e l’anima e, adesso, langue nei gorghi di un’abitudine che è noia, insofferenza, volutamente evidenti. “Quasi lo Spasimo” riscatta l’anonimo amore appena lasciato, nelle forme eleganti, preziose e romantiche di vestigia di un nobile passato, oggi dirute, che fanno da cortine allo spettacolo, tutto palermitano, di un mare rassicurante che si intravede tra archi e colonne dall’elegante elevarsi a sorreggere un cielo senza tempo e, per questo, fissato in un azzurro intenso, simbolo di pace e d’armonia. Nell'opera “In attesa della cena” prosegue il racconto fatato di Modica: un ambiente che normalmente poco concede alla fantasia ed alla bellezza, in questo straordinario artista si trasforma in uno scenario di pace assoluta, simbolo di unità, di amicizia, di allegria; non cibi succulenti mostra, ma spazi preziosi dove ogni affanno si placa, ogni ambascia trova linimento, non più semplice rappresentazione di oggetti, ma trasposizione in spazi figurativamente finiti di un amore senza confini espresso nella convivialità di una mensa familiare. Parlare di Modica descrivendo le sue opere, potrebbe apparire limitante: è invece essenziale per dare un’immagine realistica, attinente all’intimo di un artista dotato di una sensibilità che penetra la realtà per trovarne il più segreto sentire, umori d’amore che si disvelano in un momento di incontenibile altruismo espresso attraverso la pittura. Il “Notturno con limone”, mostra una Sicilia fatata: una balaustra di ceramica sbrecciata suggerisce una attività “figulina” che è stata ed è ancor oggi vanto di una terra che, “cuocendo”, si è arricchita dei colori brillanti del suo sole, dell’azzurro del suo mare, del giallo aromatico dei suoi limoni, aspri e dolci nell’umore al pari del carattere contraddittorio dei siciliani. Come in viaggio fatato, incontriamo “Luce della notte nella salina”, in cui la luna “asperge” del suo lucore un mare opaco, frammentato in geometriche piccole lagune che, a poco a poco diverranno, evaporando, candidi e odorosi cumuli, pronti a dare senso al cibo ed alla vita di una umanità che, per secoli, ha tratto quella ricchezza con l’umiltà di chi è forte del suo sapere, “fisso” profondamente in tradizioni senza tempo. Una finestra semiaperta, in “La luce accesa”, proietta i deboli raggi di una lampadina su di una campagna prodiga di frutti, colta nella notte quando tutto si offre al riposo: i limoneti ordinati in eleganti filari ed i contadini fra veglia e sonno in una attività diuturna, propria di chi ha votato la sua esistenza a cogliere i frutti della terra, generosa e ingannevole in un gioco crudele in bilico tra felicità e dolore. Potremmo continuare ancora a descrivere le opere di Modica, vinti da un sortilegio che ci affascina, percorrere senza fine un racconto di armonie dagli eleganti pigmenti ma il nostro racconto priverebbe quelle opere del mistero dal quale sono scaturite e, peggio ancora, potrebbe suggerire dei simbolismi estranei all’intimo sentire di Modica. La nostra presunzione potrebbe dar volto ai nostri fantasmi, ectoplasmi che presto, molto presto, spariranno insieme alle nostre fallaci certezze.