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MOKU

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Moku Moku


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Dal ricordo delle sconfinate pianure brumali d'Ungheria, sua terra natale, Moku ha portato con sé nel suo inquieto peregrinare per il mondo, il freddo gelido che penetra nell’anima e ottenebra la mente, ma anche la nostalgia dei campi di girasole che, d’estate, si ergono orgogliosi in distese senza fine di giallo invadente; da quella monocromia ridente Moku scopre la magia del colore. Già da allora il richiamo di fantasmagorie tonali diviene per lui ragione di vita, uno struggente bisogno di linfa vitale che lo conduce errabondo instancabile laddove la natura è colore. E’ colore, il cielo, il mare, le montagne, le case ... la gente. La sua febbrile ricerca, quasi dono insperato, lo conduce in Sicilia e qui il richiamo, la promessa, divengono realtà; questa terra dalle tante contraddizioni, gli offre una tavolozza dai cromatismi infiniti. Moku è insieme estasiato ed esaltato: forse la frenetica ricerca del colore è giunta alla fine, ed il suo abbandonarsi ad una irrefrenabile gioia lo mostra in una visione di commovente giovinezza, non più prigioniero delle cupe visioni del passato. Dal nero velario che incute paura sbocciano, per incanto, festosi “trionfi” dai colori più svariati; i rossi, i gialli, i verdi, si mescolano con un naturale ed elegante cromatismo scaturito da una mente felice, eppure tormentata da un profondo orgasmo che non cheta l’anima dell’artista, tesa alla ricerca di nuove soluzioni, alla scoperta di sempre nuovi colori come simbolo di vita, di speranza, di felicità. Perché Moku è stregato dal colore? A questa domanda lo strano artista non dà una risposta, perché la razionalità finirebbe per uccidere la sua fantasia ed allora ... dipinge instancabilmente affinché nessuno giunga a spezzare questo magico momento di gioia irrefrenabile. Dalle sue opere scaturisce una multicolore preghiera rivolta a chi ha saputo capire la sua angoscia e, adesso, cammina con lui tenendolo per mano, facendogli comprendere che tutti hanno captato il suo messaggio e lo condividono nella gioia che Moku prova nel “carpire” alla natura la sua bellezza.

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Fantastici falò multicolori si accendono nel buio pauroso come simboli di speranza; non producono calore e fiamma, non si estinguono, non palpitano tremolanti al sopraggiungere del vento, eppure, nello scorgerli, rivive la speranza di avere raggiunto la meta, l’animo sobbalza di gioia escludendo quale ipotesi il miraggio, crudele parvenza della realtà. Moku, utilizzando brandelli di plastica, “rigorosamente scarto” della società consumistica e colori dalle proprietà sorprendenti se colpiti da luci ultraviolette, dà vita a delle installazioni che, col chiarore del giorno, perdono di magia e, con essa, una bellezza irreale che è armonia di forme e cromie, misterioso ritorno ad un ordine primigenio scaturito dal caos, illusione di un mondo rigenerato dopo il primordiale stupore, paura, angoscia per un futuro incerto di prodighe promesse. L’arte di Moku è fatta per stupire ... forse per irritare; in ogni caso è una sfida aperta ad ogni formalismo, a qualsiasi imposizione di un ordine che, nel suo più profondo sentire, avverte come ripugnante immobilità, negazione della vita e messaggera di un freddo vento di morte. Nell’osservare i “magici” falò di Moku, non si può fare a meno di tornare mentalmente alle sue origini ungheresi, terra dai forti contrasti dove il bello è assoluto e l’orrido non offre scampo a pensieri di possibile ritorno all’armonico risuonare di voci pacate nel racconto di saghe nordiche antiche, belle e misteriose, dove la realtà ed il sogno si confondono e conducono al sonno ristoratore di una vita senza compromessi, fatta solo per chi è pronto a sacrificare se stesso per ideali irrinunciabili. In Moku la forma espressiva non richiama esperienze del passato, ed anche se si ravvisasse qualche assonanza con l’espressività di altri artisti, in Moku tutto si rigenera dando originalità al suo mondo fantastico intriso di colori, un mondo fantasmagorico ad imitazione di una natura rigenerata, vista con gli occhi puri di un artista che ha saputo, pur nella maturità, fare tesoro di immagini e cromatismi di una gioventù mai dimenticata, in un perenne rinnovarsi di pulsioni fantastiche di una vita non ancora gravata dalla coltre soffocante del tempo che scorre, necessariamente, inesorabile.

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