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CAMPOROTA

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Paolo Camporota


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Negare ciò che ho provato alla prima osservazione delle opere pittoriche di Paolo Camporota, equivarrebbe negare a me stesso, forse per pudicizia o malinteso scetticismo, una sensazione di doloroso disagio, un richiamo improvviso ma non inaspettato ad una realtà che vigliaccamente si cerca di occultare in un cantuccio segreto della nostra mente, come colui che sa di essere complice di misfatti inenarrabili e ricorre all’oblio per chetare gli impulsi di un rimorso che, prima o poi, tornerà a farsi vivo distruggendoci nell’anima e nel corpo. Questo artista, per naturale tendenza affinata da diretta esperienza, fa gridare ai personaggi dipinti con cromie vibranti a sottolineare ancor più la forza del gesto, l’ultima invocazione e poi l’insulto verso coloro (e sono tanti) che hanno condannato la gran parte dell’umanità a soffrire ingiustizie e violenze che annullano ogni speranza di vita serena. Ciò che rende quei visi stravolti da un urlo “estremo” è la consapevolezza che sotto il pesante macigno del sopruso vi è l’intera umanità, vittima della logica perversa del “business”, del “demonio” denaro. Come nel passato, anche attualmente, esistono esempi grandiosi di artisti che, giunti al limite della sopportazione, fanno lanciare quell’urlo atroce ai loro personaggi. Un grido capace di risuonare per oceani e continenti ma che non desta le coscienze, semmai l’avidità di mercanti d’arte, i quali troppo spesso colgono solamente, ancora ed ancora, l’utilità economica e non sentimentale di quell’espressione di disperato dolore, non fisico ma psicologico, incurabile perché non compreso o, ancor peggio, cagione di fastidio. Nell'opera di Paolo Camporota, le mascelle dilatate a evidenziare chiostri di denti famelici, sono più attinenti a delle belve straziate dai “morsi” delle pallottole delinquenziali che ad esseri umani che di umano non hanno più alcuna sembianza. Capita, quando per un attimo abbandoniamo il caos per contorcerci in una realtà parossistica che ci impedisce di immedesimarci nel vivere del nostro prossimo, che questi, passandoci accanto, sfiora appena i nostri sensi: ce ne rendiamo conto, molto spesso, solo quando avvertiamo un brivido di spiacevole irritazione, ignorando la bellezza, l’eleganza del passo leggero di una donna che accarezza appena la via nel procedere verso la “follia” di un amore sognato o, forse, sperato; oppure quando lo sguardo di un bimbo, puro, sereno, non può o non vuole vedere il futuro che lo attende e spera solamente nell’amore della sua mamma ed a quello si affida; o, ancora, quando una coppia di anziani siedono su una panchina di un parco, uno accanto all’altro senza parlare, stringendosi le mani trasmettendosi, con candido contatto, fremiti di una lunga esistenza trascorsa fra gioie, dolori e delusioni per attendere, ora, solo una fine ineluttabile. Sensazioni del tutto nostre, dettate da un pensiero logico che è la negazione del progredire nell’idea di altri giorni, di altri eventi felici. Qualche volta può accadere invece di arrestare il tripudio dei nostri sentimenti confusi ed osservare l’umanità che ci circonda e, sbalorditi, constatare che non siamo soli in questo mondo. Ecco allora apparirci il vero volto di colui o colei che ci sta accanto. Visi in cui leggiamo gioia, tristezza, dolore o speranza; questa è la normalità, la constatazione banale. L’eccezionale si verifica quando su un volto scorgiamo non uno ma tutti questi sentimenti in rapido evolversi; allora e solo allora entriamo in un mondo che non conosciamo e che avremmo preferito non conoscere: la pazzia, quello stato di vita-non vita che contiene l’essenza stessa dell'esistenza ed il suo esatto contrario. Confesso che nell’osservare le opere di Paolo Caporota ho provato un sentimento di grande ammirazione per un’artista che riesce a coniugare uno stile intimamente legato ai canoni del dipingere con tecnica tradizionale - ma non scolastica - e i contenuti di un'emotività coinvolgente, ignorando la piacevolezza visiva per privilegiare i messaggi che invitano alla riflessione. Smentendo, ancora una volta, la notissima teoria secondo cui l’arte, in generale, altro non è che una scimmietta dispettosa che si diverte a fare il verso a ciò che cade entro il suo campo visivo, siano figure umane, oggetti o incantevoli paesaggi, illudendo il prossimo che ciò che è dipinto e che osserva con ammirazione, non è che la copiatura mal riprodotta di una realtà ben più affascinante di qualche colore ben disposto su di una tela. Tutta l'opera di Paolo Camporota è una vivente ed evidente smentita a questa teoria, tanto comoda per i detrattori dell’arte comunque espressa: ciò è palese nei fenicotteri che nel loro elegante volo “attraversano” cieli di una bellezza cromatica, forse pari a quella naturale, certamente non inferiore, così come in altri svariati soggetti prediletti dal pittore. Se avessi provato le stesse esaltanti sensazioni che ho avvertito osservando i dipinti dell'artista nelle migliaia di dipinti che sono stato chiamato a giudicare, forse sarei stato meno severo nel giudizio all’imperante fuga verso un sedicente e a volte incomprensibile informale

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