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Sergio Poddighe
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Le opere di Sergio Poddighe, oltre che esaltare le non comuni doti tecniche del loro “creatore”, confermano una continuità espressiva che rifiuta legami ed “ascendenze” troppo dirette, rendendola assolutamente originale, seppur riconducibile ad altre esperienze pittoriche. Le opere, pur nella svariata diversità, si legano ad un filo continuo ed invisibile e, lungo quel fatuo legame, si sviluppano tematiche apparentemente leggibili all'immediata osservazione ma che un'attenta analisi rende fuggevoli ad una realtà adeguata ai principi naturali che reggono il meccanismo visivo: il reale fa posto, in questi miraggi che sono le opere di Poddighe, ad una prospettiva che ha la caratteristica della molteplicità. Ogni elemento della composizione ha una prospettiva propria e questa molteplicità di punti focali permette all'artista, sognatore dalla mente vigile, di tradurre l'invisibile al di là del visibile. L'onirico ed il reale si inseguono e si alternano lungo un raggio invisibile che, fragile supporto, conduce, in spasmodica attesa, all'alternarsi del “vero” e della “menzogna”. Il sogno sostituisce la realtà ma non per questo è meno reale. L'ironia che traspare dai personaggi che popolano le opere di Poddighe sconcerta ed attrae insieme l'osservatore che, lentamente ma inesorabilmente, entra in quelle immagini e, a sua volta, guarda ironico l'umanità che lo circonda. Del resto quella espressa dalle composizioni di Poddighe non è un'ironia che offende, anzi, coinvolge e interessa. La verità è rivelata con la delicatezza di un sorriso ed ogni illusione cade, si frantuma sotto lo sguardo benevolo di personaggi che di irreale hanno solo l'immobilità; ed anche questa si tramuta presto in azione rapida ed incalzante grazie all'abilità realizzativa di Poddighe, capace di tramutare il sogno in realtà e viceversa. Una condizione non spiacevole, non penosa, che, sempre, invita a riflettere, non più con superficialità ma con rinnovato fervore. In questa pittura, tutto ciò che ci circonda, uomini e cose, da fantasmi indistinti si materializzano: e vivono, soffrono e amano, attorno a noi che, fino a quel momento, ne ignoravamo, volutamente, l'esistenza, gelosi come siamo di quel cantuccio caldo e accogliente che il nostro accogliente “io” chiude e ciecamente “protegge” e che Poddighe, con sorriso sornione, distrugge per costringerci a guardare la realtà così com'è, bella, spiacevole o noiosa che sia ma che, comunque, ci appartiene e pertanto dobbiamo accettare e vivere con partecipe e cosciente coraggio. Il “discorso” di Poddighe è logicamente e principalmente pittorico, ma l'artista, dimostrando una sensibilità non comune, non si limita ad un arido e freddo sfoggio accademico, e servendosi dell'arma a lui più congeniale, la pittura appunto, entra, con una tematica tanto sottile quanto efficace, nell'intimo dell'individuo; e lo fa per “sezionarlo”, per penetrarlo “chirurgicamente” dando vita ad una operazione destinata a lasciare un segno profondo ed indelebile. Non una pittura fine a se stessa dunque, ma un linguaggio visivo zeppo di contenuti e di idee, ricco di una carica umana che fa di questo artista un “fenomeno” raro, in un mondo dove l'arte, purtroppo, è banalizzata e volgarizzata da fini non sempre artistici.