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Nell’affrontare il mondo pittorico di Franco Russo, avvertiamo la strana sensazione di violare un'intimità che rifugge frastuono e notorietà, un’atmosfera che alterna realtà e sogno, tangibile e godibile, fino a quando si insinua il dubbio, una incertezza che, dilatata dalle immagini che ci inseguono dall’apparente staticità delle tele, inevitabilmente ci tiene sospesi su un abisso di contenuti … di messaggi. Nell’osservare le opere di Russo si è subito attratti dallo svilupparsi armonico di segni geometrici, non frutto di calcolo matematico, quanto di una fantasia che rifiuta l’immobilità e la grettezza cerebrale quali maggiori responsabili dell’affievolirsi del vivere nel sogno di una vita serena, frutto di armonia ed amore. La perfezione glaciale delle forme geometriche si anima, nelle opere di Russo, nell’eleganza fantastica dei colori, frutto irripetibile di sensazioni colte nel breve lasso dell’esaltazione creativa, quando il razionale non ha più alcun senso lasciando il posto ad una creatività libera da vincoli formali, da canoni ineccepibili, ma negazione inevitabile del fantastico. Sulle tele si susseguono eleganti volute a creare illusioni di forme; nulla scaturisce dal caso, ogni segno è posto a comporre un’armonica fantasia di immagini e colori, alla ricerca del bello nella precisione; una precisione, però, mai fredda, ma che palpita di ispirazione immediata, pronta a cogliere sensazioni, umori, trepidazioni di una volontà che rifiuta l’immobilità come negazione della fantasia. In Franco Russo la forma espressiva è geometrico-informale, questo è evidente, ma sarebbe un grave errore pensare a compassi, a regoli, a strumenti indispensabili alla costruzione ed allo sviluppo di superfici legate al semplice o complesso uso di mezzi inanimati; in Russo la geometria è una base di partenza, non il risultato finale. L’intervento dei colori dà anima e senso all’inanimato, fa vivere nella bellezza quel qualcosa che dentro ciascuno di noi ci lega a formalismi o ad abitudini che sono la negazione del sogno, del volo ad occhi aperti in un mondo che massifica e nega il fantastico. È una rivincita dell’istintivo sull’ordine esasperato, una conquista di valori umani nel crudele affermarsi del materialismo arido e stolto che ha ormai colmato l’animo della stragrande maggioranza di una umanità in modo frenetico alla ricerca dell’apparire sull’essere. La pittura di Franco Russo ci fa comprendere come possa coniugarsi la perfezione con la fantasia, un comporsi armonico e non stridente, facendo scaturire, dalla geometriche righe di un pentagramma, una melodia che è esaltazione della bellezza e nutrimento indispensabile per l’anima. Non una pittura, quindi, fine a se stessa, ma zeppa di contenuti e di idee, ricca di una carica umana che fa di questo artista un “fenomeno” raro, in un mondo dove l’arte, purtroppo, è banalizzata e volgarizzata da fini non sempre prettamente artistici.
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Nell’osservare le opere di Russo si è subito attratti dallo svilupparsi armonico di segni geometrici, non frutto di calcolo matematico, ma di una fantasia che rifiuta l’immobilità e la grettezza cerebrale quali maggiori responsabili dell’affievolirsi del vivere nel sogno di una vita serena, frutto di armonia ed amore. La perfezione glaciale delle forme geometriche si anima nell’eleganza fantastica dei colori, frutto di sensazioni colte nel breve lasso dell’esaltazione creativa, quando il razionale non ha più alcun senso, lasciando il posto ad una creatività libera da vincoli formali, da canoni ineccepibili che sarebbero negazione inevitabile del fantastico. Sulle tele si susseguono eleganti volute a creare illusioni di forme; nulla scaturisce dal caso, ogni segno è posto a comporre un’armonica fantasia di forme e colori, alla ricerca del bello nella precisione, ma con ispirazione immediata, pronta a cogliere sensazioni, umori, trepidazioni di una volontà che rifiuta l’immobilità come negazione della fantasia. In Franco Russo la forma espressiva è geometrico-informale, questo è evidente, ma sarebbe un grave errore pensare a compassi, a strumenti indispensabili alla costruzione ed allo sviluppo di superfici legate al semplice o complesso uso di mezzi inanimati; in questo artista la geometria è una base di partenza, non il risultato finale. L’intervento dei colori dà anima e senso all’inanimato, fa vivere nella bellezza quel qualcosa che dentro ciascuno di noi ci lega a formalismi o ad abitudini che sono la negazione del sogno, del volo ad occhi aperti in un mondo che massifica e nega il fantastico. E’ una rivincita dell’istintivo sull’ordine esasperato, una conquista di valori umani nel crudele affermarsi del materialismo arido e stolto che ha ormai colmato l’animo della stragrande maggioranza di una umanità in moto frenetico alla ricerca dell’apparire sull’essere.
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Che l'impianto pittorico di Franco Russo trovi ispirazione in variati sviluppi geometrico-informali è evidente; non è altrettanto evidente, invece, classificare le sue creazioni in passate esperienze artistiche. Infatti, pur se non mancano precedenti espressioni di artisti che si sono avvalsi o si avvalgono di forme geometriche, in Russo si impone una originalità che non nega ascendenti, ma rivendica soluzioni personalissime che, per esternare un impulso pressante, trovano concretizzazione in una composizione informale che non risponde ai canoni di una geometria euclidea, ma al fantastico dipanarsi di linee elegantemente ordinate su di un supporto che, esso stesso, entra a far parte non secondaria di un'opera all'apparenza compiutamente articolata e che, invece, suppone ulteriori, infinite, soluzioni grafiche e cromatiche, oltre la tela, in uno spazio infinito. Ciò che potrebbe apparire ad una visitazione superficiale fredda geometria, ad una successiva visione diviene un'assieme armonico di forme e di colori, questi ultimi non determinanti nell'insieme creativo, ma innegabilmente godibili negli accostamenti che denotano un senso non comune del cromatismo nell'armonicità elegante della superficie dalle variate pigmentazioni a creare un'unica percezione visiva, non dissonante. Pur essendo assolutamente padrone dei segreti e delle possibilità infinite che offre lo spettro cromatico, Russo teorizza con trasporto emotivo sull'essenzialità e l'eleganza del bianco e del nero; il primo racchiude tutti i colori e li restituisce assolutamente puri; il nero imprigiona ogni cromia in una capziosità ottusa, totale. Ambedue servono per dare alle composizioni geometrico-informali il massimo dell'evidenza, rendendo nel totale l'eleganza delle forme, non “distratte” da colori visivamente attraenti ma focalizzanti e, quindi eleganti, “sottratti” del senso di una costruzione dai canoni ineccepibili. Esigenza pressante è per Russo l'accentuazione dei contrasti simultanei attraverso l'uso del colore puro; l'esasperazione di questa teoria Russo la ottiene con la massima espressione del raggiungimento dell'unità plastica nelle composizioni in bianco e nero. Gli sfondi neri, tanto frequenti nelle opere di Russo, non sono casuali; infatti il disegno viene isolato ed evidenziato e permette all'osservatore di analizzare tutti i modi possibili dell'astrazione, quasi sospesa in uno spazio libero, dilatando l'immagine oltre il reale ed “accendendo” i colori nell'assoluta godibilità di un armonico accostamento in una bidimensione pittorica, che offre all'osservatore la possibilità di raggiungere tutti gli spazi con la sua immaginazione.
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Il procedere pittorico di Franco Russo evidenza la necessità di dominare una spazialità altrimenti caoticamente perturbatrice di un'armonia universale dal procedere geometricamente e cromaticamente coerente. Franco Russo rivela, con estrema chiarezza, una fantasia feconda, tesa al raggiungimento di un insieme di forme razionalmente disposte ad esaltare un’eleganza formale che assume ancor più rilevanza nell'accostamento di cromie armoniche che emanano pulsioni di appagante condividere la gioia di un mondo rigenerato nella fantastica visione di una “Creazione” vista nell'onirico rifiuto del caos di un modernismo ottuso, foriero di un futuro senza speranza, votato rapidamente all’autodistruzione. Le forme geometriche di Franco Russo non limitano le superfici dei supporti, non costringono in spazi “mortificanti”, anzi, iniziano un giocoso dialogo con l'osservatore che, piacevolmente coinvolto, si proietta in fantastici racconti di una realtà felice, libera da pastoie di teorie accademiche che inaridiscono ogni desiderio di librarsi in voli liberatori dal capzioso mondo dell'incomprensione e dalla grettezza dilagante. Per Russo il colore è origine di teorizzazioni che, rispondendo ad una esigenza estetica del tutto personale, lo conducono ad una accettazione quasi “inevitabile” del pluricromatismo, nella consapevolezza che la forma, nella sua configurazione assoluta, può essere raggiunta esclusivamente da una incisiva forza coloristica. Franco Russo non si limita a teorizzare, ma dà ampia dimostrazione della sua convinzione “creando” opere di una bellezza ed di una armonia che confermano visivamente il suo desiderio di donare “evidenza” ed una plasticità dalle linee pure, non dipendenti da un cromatismo accattivante, ma sottrattore di contenuto, di quel qualcosa di imponderabile che caratterizza un'artista e le sue opere, rendendole originalmente “diverse” dalla banalità di una moltitudine cieca e sorda alle pulsioni di ispirazioni dai contenuti sublimi.
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Quando giunsi in Sicilia, giovanissimo, portandomi nell’anima il ricordo struggente degli spazi immensi, verdi ma brumosi della pianura padana, non immaginavo di essere catapultato in un mondo dall’atmosfera fatata, fulminata da un sole spietato, ustionante, che non consentiva segreti nella luminosità totale, permettendo all’ombra, avara, di celare, scrigno immaginario, storie antiche di prodi cavalieri, di fate e di streghe, di indomiti paladini, di duelli rusticani e di “nobile” miseria. Imparai presto ad immergermi nella sensazione di essere cullato all’interno, tiepido e rassicurante, di un bozzolo setoso nell’ora della “siesta”, quando d’estate la calura intorpidisce le membra ed ogni volontà d’azione ridestando, nell’aria tremolante, il fantastico apparire della “Fata Morgana”. Disteso immobile nella penombra della stanza osservavo i raggi di luce che filtravano attraverso le persiane, tagli chirurgici che foravano l’intimità di quel momento “incidendo” le pareti ed il tetto, intersecandosi, fuggendo appaiati, inserendosi nelle buie rotondità dei mobili in agguato per plasmarli, deviarli in giuochi fantastici di forme e di colori, mentre l’impalpabile pulviscolo disegnava improbabili onde marine. Nell’osservare l’ultima produzione pittorica di Franco Russo, torno all’improvviso indietro nel tempo e vengo cullato dalle fantastiche “illusioni” di tanti anni addietro. Quelle di Franco sono espressioni geometriche, ma limitare alla geometria quel coerente susseguirsi di forme e colori, è evidentemente restrittivo; il suo non è un “rimestare” ripetitivo di sterili concetti stilistici, ottimi ad esprimere freddi “teoremi” accademici, affatto idonei a destare sensazioni di coinvolgente poesia. Per Franco Russo è indispensabile coinvolgere il fruitore delle sue opere pittoriche in una spirale esaltante di viva emozione nell’abbandonarsi ad atmosfere gravide di poetici messaggi, da interpretare in un crescendo emozionale che dura nel tempo e non si spegne al primo algido contatto con una realtà che massifica nel tentativo, in parte riuscito, di irretire ogni desiderio di dolce abbandono al sogno, alla pace di un’armonia primigenia ritrovata. Franco è un artista schivo, dalla personalità complessa, intrisa di idee per lui irrinunciabili per giungere ad una meta che si è prefisso molti anni addietro e che ha continuato ad affermare rimanendo saldo ai tanti insulti dell’incomprensione, esibendo, con atteggiamento di velata ironia, una carica di vibranti pulsioni, addolcite da una resuscitata atmosfera “bohémienne”. Anche i progetti di un’autostrada, di una diga, di un ponte, sono fatti di sapiente geometria; ma possiamo considerare espressioni artistiche anch’esse? Frutto del genio umano, certamente si, ma l’arte è ben altro, rifugge dalle fredde soluzioni utilitaristiche, anzi aborrisce canoni ineccepibili quali gabbie medievali di tortura, fasce ferree che “strizzano” il cervello impedendogli ogni palpito ideale, tutto ciò che appartiene al fatato mondo della fantasia. L’arte per Russo è tutto e nulla se non esprime idee libere da condizionamenti, teorie, cervellotiche soluzioni che incutono incertezze, dubbi, paura di trovarsi al cospetto di impietosi scherzi che qualche “ineccepibile” critico d’arte contrabbanda per opera d’ingegno, in cambio di lauti guadagni … sirene suadenti dal fatale canto che colma di “nulla” le menti ed il cuore di inconsapevoli vittime sacrificali. Per questo artista, che ha sempre perseguito mete artisticamente comprensibili, ogni mutamento d’espressione, anche minimo, è cagione di lunga riflessione e non ha tentennamenti; è pronto a rinnegare il nuovo se questo non lo soddisfa pienamente, né lo convincono coloro che, per gusto personale, cercano di incoraggiarlo a continuare a percorrere la nuova via. Per Franco l’adulazione è uno sciocco tentativo di fermare la sua “vulcanica” ispirazione; l’accoglie con gentilezza, non perché convinto di quanto gli si dica, ma per non urtare la sensibilità “presunta” artistica, dell’osservatore, insinuando però, con un sorriso sornione, qualche dubbio, qualche incertezza che costringerà “l’adulatore” a riflettere e magari rivedere le sue apparenti “certezze”. Continuare a parlare di espressione artistica legata alla geometria, magari aggiungendo “non euclidea” termine abusato, ma che sa tanto di vuoto culturale, non ha più senso; è evidente lo svilupparsi, nelle opere di Franco Russo, di un sapiente giuoco di forme “perfette” che si accostano, si intersecano, che collidono: tutto ciò è evidente a tutti, ma non tutti colgono l’essenza intima di questa espressione artistica. La “struttura” è importante all’economia dell’opera, come altrettanto importanti sono le cromie utilizzate. Franco però non si sofferma solo su questi aspetti esteriori, va oltre; il visibile è patrimonio di tutti, l’intimismo dell’opera appartiene solamente all’artista, a quello sguardo “intraducibile” che vede l’anima, il concetto vitale che è stato impulso e ragione del creare, non simulacro vuoto, ma colmo di concetti, di spiritualità, di quel qual cosa di divino che è rimasto “intrappolato” in un angolo individuabile del nostro cervello e che, qualche volta, torna in superficie a riverberare quel raggio di fervida luce che consente ad un’artista di “vedere” al di là del visibile.