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SALVATO

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Salvo Salvato


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Nelle opere di Salvo Salvato si rinnova il sortilegio che dà anima ad un oggetto inanimato, sia esso duro granito che niveo marmo. La roccia apre il suo sordo sipario per mostrare le figure che animano la scena e ... tutto vive, si anima, ritorna ad una vita che Salvato ha lucidamente visto all'interno del blocco di pietra, informe, e la strappa ad un sonno di secoli per donarla a noi in un gioioso giuoco che, adesso, può prolungarsi in eterno nella continua riscoperta di mondi scomparsi da millenni.

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Nell’osservare le realizzazioni scultoree di Salvo Salvato, come già scritto in altre occasioni, si ha la sensazione piacevolmente snervante del lento dischiudersi di un palcoscenico le cui quinte roteano incessantemente mostrando al pubblico ciò che è, per consuetudine, un mondo misterioso che si ammanta di ombre come per sottrarsi pudicamente a sguardi indiscreti. La pietra prediletta da Salvato, con la quale realizza le sue sculture talvolta gigantesche, è il tufo, una arenaria dal colore caldo, solare, che caratterizza il paesaggio siciliano e quasi lo identifica nelle umili casette dei vicoli sconnessi o nei grandi e splendidi palazzi del barocco invadente. Le sculture eseguite con questa pietra non “violentano” la natura, ma si compenetrano in essa nell'armonico divenire di un paesaggio a volte severo, a volte ingentilito da verdi cortine dalle molteplice gradazioni. Quella di Salvato è una scultura “possente” dai profili netti, quasi taglienti che danno alle figure un aspetto fiero, come di antiche divinità che hanno visto nascere l’uomo e che a questo sopravviveranno, muti testimoni, giganti immoti ed indifferenti, quasi irridenti la debolezza umana. Guardiamo le opere di Salvato e non possiamo sottrarci ad una sensazione sognante: sentiamo il rullare ritmato di tamburi tribali, ma è il torpore di un attimo; il risveglio ci mostra simboli di civiltà sepolte dal tempo e dal ricordo e, tutt’intorno, v'è un rivivere di cruenti tornei, un baluginare corrusco di armi roteanti nel cielo azzurro. Il suono argentino del martello che percuote ritmato lo scalpello, nasconde il cupo mormorio della pietra che, sotto il sapiente procedere dello scultore si trasforma, da ottusa sembianza di materia immota, in forme eleganti, plasticamente riproducenti una realtà priva di leziosità, ricca di contenuti, dall’evidente simbolismo che rifiuta il banale. Ogni opera di Salvato è un mondo che dischiude le cortine di una non conoscenza cristallizzata da un desiderio ottuso di un nuovo oscurantismo; un modo di scolpire che costringe alla riflessione non disgiunta da una piacevolezza estetica che ingentilisce gli animi, adesso pronti a recepire il mondo interiore dello scultore che trasmigra cerebralmente nell’osservatore in una esaltante progressione osmotica a placare l’animo nella comprensione di un messaggio che Salvato ha affidato alla sua scultura e che compreso, adesso, vive nella gioia della riscoperta, nel suono che segue il cupo silenzio. Salvato è uno scultore che, pur non trascurando la lezione che gli deriva dal mondo classico, trae da questo, prima della forma, il contenuto, privilegiando l’aspetto profondamente educativo a quello squisitamente estetico che, certamente attrae e a volte commuove, ma rischia pericolosamente di creare un vuoto simulacro dalla fuggevole piacevolezza visiva, di immediato recepimento, ma di altrettanto immediato oblio.

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