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Enzo Sciavolino
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Enzo Sciavolino, nato in Sicilia ed emigrato sedicenne a Torino, ha mosso i primi passi artistici sotto la guida dello scultore Sandro Chierchi. Quasi sconosciuto nella sua terra d’origine, ha trovato riconoscimenti e fama nel resto d’Italia e nel mondo. Anche se l’espressione artistica preminente di Sciavolino è la scultura, questo non gli impedisce di cimentarsi, ai massimi livelli, nell’incisione, dove esterna il suo intimo sentire in figurazioni solo in apparenza evidenti, ricche invece di significati simbolici che arricchiscono culturalmente le sue realizzazioni, tecnicamente ineccepibili, emotivamente coinvolgenti. Il lungo e, supponiamo, sofferto esilio, non ha smorzato in lui il “desiderio” del colore, tesaurizzato mentalmente come preziosa eredità della sua terra d’origine, mai vinto dall’atmosfera rarefatta di un Piemonte naturalmente splendido, ma dai colori sfumati, filtrati da una luce crepuscolare insieme ai suoni ed agli umori di una terra feconda e placida, esente dai sussulti storici ed ambientali che hanno fatto della Sicilia un “fenomeno” irripetibile. Nell’acquaforte e nell’acquatinta si rinnova un sortilegio di tecnica e di fantasia, una espressione artistica che affonda le sue origini nei secoli, eppure sempre attuale ed insostituibile per donare alle figurazioni un’aura di mistero che l’artista disvela in immagini di commovente poesia. Che Sciavolino prediliga l’espressione scultorea è noto, ma le sue creazioni incisorie non risentono affatto dell’attività principale, se non per l’armonicità delle rappresentazioni, donne, nature morte, paesaggi marini che incombono su di una realtà massificata, nel commovente tentativo di ridonare ad una umanità dolente, speranza e gioia per un futuro che da utopia divenga certezza, fiduciosa attesa. Le nature morte di Sciavolino, solo apparentemente immote, esplodono d’umori e profumi, rigenerate da un’idea creativa che annulla spazio e tempo, fissando l’immagine in un momento indefinito che ha una origine, ma ignora una fine che tutto atterra e svuota d’istanze di bellezza di una vita creata per donare gioia e non angosciante tristezza. In “Vague” il mare si frange su spiagge silenti, private dall’invadente umanità che sottrattasi da ogni legge fisica, fluttua in mondi fantastici, dove regna l’armonia di un mondo ritrovato, cullato dallo sciabordio delle onde di mari lontani, di terre accarezzate da flutti schiumosi in un ritorno a primordiali visioni, quando il mondo sostava in cristallizzante attesa di uomini, di donne, gravati dal mistero, ancora oggi prigionieri di incomprensibili paure, di ancestrali superstizioni. Ed ancora il mare traslucido, sovrastato da dense e nere nubi, incombe su una colomba ignara dell’imminente pericolo, ma non la rappresentazione grafica incute terrore, ma i colori, contrasto di sentimenti di cupa disperazione: il blu del mare, il nero delle nubi si “schiantano” su un essere indifeso, eppure dominante per cromia, baluardo insormontabile dall’oscurantismo di una natura specchio eloquente della follia umana, tesa incomprensibilmente al raggiungimento di un immane olocausto. Nella “Tempesta” l’uomo ritrova se stesso, avanza verso l’ignoto e lo sfida a difesa della sua donna, un’improbabile “tenzone” che presuppone, non forza fisica, ma spirituale e mentale a scardinare preconcetti ed ignoranza, per ritrovare quella purezza di sentimenti che, da sola, può riscattare secoli di oscurantismo e di prevaricazione. “La mela” offre con evidenza, la percezione di forme perfette, opacizzate da figure umane imperfette, uno specchio impietoso che riflette la fragilità corporea, senza facili teorizzazioni, rifugi artificiosi che non potranno mai riscattare l’uomo ed il suo procedere dissennato; tutto è evidente e tragicamente “nudo”, offerto allo sguardo quale grottesca immagine ammonitrice. Tutte le opere di Sciavolino sono un felice connubio di sapienza tecnica ed intimo messaggio cerebrale affidato ad un’evidente figurazione, non fine a se stessa, ma mezzo espressivo di contenuti e d’istanze, un commovente richiamo ai propri simili affinchè, vinta la naturale materialità, si elevino verso orizzonti di luce solare, non più tenebre paurose, ma felice comprensione di una natura che dal soprannaturale ha avuto origine e che deve tendere sempre più a mete di bellezza ed armonia, a riscattare una natura sublime ottenebrata dalla follia, dall’irrealizzabile desiderio di fissare il sole e possederlo.