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I dipinti di Tommaso Serra suggeriscono reminiscenze artistiche cretesi ed egiziane, africane ed incaiche. Riteniamo suggestivi questi accostamenti ad espressioni artistiche che nella trasposizione del pensiero in immagini, rievocano avvenimenti di civiltà estremamente progredite che prolungano il loro luminoso riverbero di conoscenze su di noi, ridimensionando la nostra narcisistica alterigia di uomini del duemila. Questo è un accostamento che diversi critici hanno fatto avvicinandosi alle opere di questo artista ma a noi le opere di Serra suggeriscono principalmente rievocazioni di un mondo primigenio lontano millenni da civiltà progredite. Dalle tenebre di un remoto passato, il cui mistero non è stato ancora del tutto esplorato, emergono immagini che un uomo oppresso dal terrore della non conoscenza, ha inciso con tratti essenziali sulle pareti di antri bui o sulle balze di montagne calcinate dal sole: figure animali ed umane ad esorcizzare i fantasmi di una esistenza animata da misteri angoscianti. Nell’osservare i dipinti di Serra si ha la sensazione di essere trasportati in un mondo appena scaturito dalle tenebre primordiali, misterioso e stimolante ma anche inquietante, che insinua nel nostro animo orgasmi mai sopiti, pronti ad assalirci in una lotta impari tra raziocinio ed alchimia. La tavolozza di Serra è parca di cromatismi ad accentuare il richiamo a remoti graffiti, ocra, giallo, terra bruciata, nero e, molto raramente, qualche macchia di crepuscolare violetto. Il disegno è rapido a cogliere momenti rituali o di quieta armonia di personaggi misteriosi, fra i quali l’immagine femminile ricorre con ritmo battente; divinità? Amuleti? Forse entrambi, in un misterico risuonare di armonie remote a richiamare alla mente la venere di Willendorf, goffo grumo calcareo appena sbozzato a rendere omaggio, più che alla bellezza femminile, alla fecondità di una terra avara di frutti e fonte di laboriosa fatica, parcamente ricompensata. Nell’osservare le opere di Serra si ha la piacevole sensazione di trovarci in presenza di un’artista i cui stimoli culturali hanno profondamente influito sulla ricerca di una espressione artistica che, pur collegandosi con esperienze già vissute, non manca di una originalità che ha il pregio di ricondurci in un mondo, in una dimensione spaziale e temporale, sopito in un torpore cerebrale tanto profondo da farci dubitare sulla stessa esistenza dell’arte; ma le opere di Serra sono qui ad rassicurarci: l’umanità è ancora vitale e capace, attraverso l’espressione artistica, di elevarsi a vette non ancora del tutto esplorate.
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Tutta la produzione artistica di Tommaso Serra è pervasa da un incanto, un richiamo irresistibile e commovente a civiltà di un lontanissimo passato che ha rivissuto culturalmente, sentendo rinascere pulsioni sopite in un sonno che è giunto propizio ad occultare una realtà che terrorizza qualsiasi essere dotato di una sensibilità che lo esalta cerebralmente, ma l’opprime nel vivere non compreso, in secoli di barbarie, civile, spirituale e mentale. La sofferenza si sublima in un’arte che nasce dal suo sentire più intimo esprimendosi figurativamente, quasi un ripercorrere un cammino di bellezza e splendore che si è interrotto sul bordo di un baratro orrido che, ancora oggi, non è stato colmato a causa di secoli di cieca ottusità che ha guidato l’umanità in assurde contese schiacciando ogni desiderio di rinascita civile, culturalmente e umanamente giusta pur con tutti i limiti della sua naturale imperfezione. Il simbolismo di Serra è comprensibile pur nell’arcano dei riferimenti a divinità, a cerimonie tribali che conservano ancora oggi un alito evidente nelle tradizioni religiose di molte contrade in tutto il mondo. Le maschere indossate durante i riti d’Africa, delle lontane Americhe e dalle popolazioni d’Europa dove persiste il ricordo di un lontanissimo passato, quando le divinità erano talmente tante da non lasciare spazio ad una qualsiasi forma di libero arbitrio. Esse governavano ogni manifestazione dell’uomo, dalla nascita alla morte. Regolavano i cicli delle stagioni, determinavano la resa delle colture, stabilivano la fecondità delle mandrie, la siccità, le piogge ed il vento ed i nostri progenitori chinavano il capo sotto quell’ineluttabile “dictat” di terrore ancestrale. A conferma dell’ispirazione quasi medianica di Serra, nella rappresentazione pittorica si impone, quale simbolo di una trascendente volontà, il fegato animale che, insieme alle viscere di offerte sacrificali appena macellate, suggerivano alle classi sacerdotali, uniche investite d’autorità divinatoria, ogni atto conveniente o disdicevole, dalla guerra alla semina, dal matrimonio alla procreazione: in questo eccellevano i vati etruschi che leggevano nelle circonvoluzioni viscerali animali ogni vaticinio, ma era il fegato, o per meglio dire la sua “lettura”, che dominava su tutto; ogni lobo una divinità, ogni segmento una costellazione. Tommaso con il suoi dipinti esplora oscure caverne dove l’uomo primitivo ha espresso il nascere del suo ingegno tracciando straordinarie trasfigurazioni della realtà, dal terribile orso al bue propizio alla sopravvivenza, dalla danza guerresca a quella per propiziarsi divinità incombenti, ma misteriose, quali il sole, la luna, il vento ed il lampo che racchiudeva nel tuono la voce irata del dio offeso. Serra, nell’uso del colore, è fedele al suo mondo opacizzato dall’onirico, i colori si acquietano in quasi terrose stesure monocromatiche dove prevale il bruno della “madre terra” ed il nero di un ignoto che, ancora oggi, attanaglia l’umanità in una morsa di incertezza nel futuro che costringe i pavidi a votarsi, non a divinità di bontà e altruismo, ma a prezzolati “vati” che decretano fortuna, vita o morte in proporzione alla somma di denaro che riceveranno in cambio delle loro mendaci idiozie. Allora, guardo le opere di Serra e penetro spiritualmente in quel mondo pervaso di ingannevole ingenuità, non esente da inganno e crudeltà nel tentativo di sovvertire la storia riportandola all’ordine primigenio. Serra dipingendo, io sognando.