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Nunzio Spitaleri


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Osservo un acquerello: un viso di fanciulla, bellissimo, gli occhi pensosi fra il triste e l’assorto, guardano un punto lontano, indefinito, un sogno che si realizza nel libero giuoco del colore e delle luci. La mia reazione, non aggiogata a fardelli di ingombranti teorizzazioni accademiche è di ammirazione e meraviglia: quella che guardo è un opera di una bellezza e di una spontaneità sbalorditiva. Il ricordo è nostalgico perché mi riconduce a parecchi anni addietro quando era divenuto abituale, quasi un rito, recarmi nel tardo pomeriggio, dopo pesanti ore di lavoro monotamente snervante, tra l’altro poco gradito, recarmi presso la galleria “Arte al Borgo”, del pittore Maurilio Catalano. Superata la porta a vetri mi sentivo avvolgere, anima e membra, da una atmosfera magica; non esisteva più il mondo esterno con i suoi rumori molesti: la stanchezza, la noia, scomparivano nel “fluttuare” di disquisizioni che potevano avere per soggetto la pittura locale, nazionale o mondiale, la scultura classica o moderna, la letteratura ispiratrice di capolavori commentati con voce bassa e cheta da Leonardo Sciascia, appoggiato al suo bastoncino laccato di nero con un’impugnatura d’argento che riproduceva una testa zoomorfa (ne aveva una vera e propria collezione). Renato Guttuso, quando faceva le sue “scappate a Palermo” non mancava mai di recarsi all’Arte al Borgo. L’esplosivo “maestro” bagherese sovrastava tutti con la sua esuberanza; Guttuso era conscio della fama mondiale ormai conquistata ma con Sciascia non aveva atteggiamenti da “protagonista” anzi assumeva un contegno, non dico di rispetto, ma indubbiamente d’ammirazione. Poi Bufalino con la sua aria ieratica; quindi il “maestro” che era stato compagno di scuola di Sciascia, al tempo del liceo, anche lui scrittore e poeta, loquace al limite del logorroico, che accompagnava ovunque il “Professore” (così veniva chiamato Sciascia che laureato non era, ma in Sicilia anche i maestri, si sa, sono professori, e poi Sasa’ quel titolo se lo meritava) a bordo di una vecchia Fiat 500, perché Sciascia si era sempre rifiutato di “prendere” la patente di guida (uno dei tanti vezzi che lo distingueva dall’“altra” umanità). E che dire di Bruno Caruso, da tempo “emigrato” a Roma, bell’uomo dall’eleganza discreta che non mancava mai nel suo vestire di qualche segno di originalità? Ricordo la cravatta con applicata una testa di leone in oro in rilievo e, a chi gli chiedeva se quella preziosa testa di felino avesse qualche significato particolare, rispondeva con un sorriso sornione come a sottintendere chissà quale recondito senso misterioso … ma era solo un suo innocente vezzo che poi era un tutt’uno con la sua personalità. Poi una “corona” di vari intellettuali, pittori affermati, giovani in cerca di ispirazione e notorietà. E come non ricordare l’Avvocato Perna, collezionista d’arte di squisito intelletto, dalla vasta cultura che calamitava l’attenzione di tutti i presenti, oltre che per la statura imponente e due occhi dal colore oro, più che originali unici, con la sua voce “tonante”, quasi stesse “declamando” un’arringa in tribunale. Fra i giovani artisti spiccava Nunzio Spitaleri , fresco d’Accademia, sempre trafelato a “stampare” acqueforti nel retro della galleria, le sue e quelle degli artisti che frequentavano il luogo, quali Totò Bonanno, Aldo e Mario Pecoraino, una giovane e bella Carla Horat e, immancabilmente, per Natale, Giancarlo Cazzaniga con la moglie, anche lei ottima pittrice. Nonostante la differenza d’età, entrammo subito in confidenza, non poteva essere diversamente vista l’indole mansueta di Nunzio e la mia grande ammirazione per i suoi lavori: allora prevedevo per lui un radioso avvenire nel mondo dell’arte che gli avrebbe concesso quelle soddisfazioni che, in quello strano universo cosparso di stelle radiose, ma anche di famelici “buchi neri”, vengono concesse parcamente e non sempre per merito. Una sera Nunzio, con fare circospetto, mi invitò ad uscire dalla galleria e mi condusse alla sua automobile parcheggiata non lontana; quindi prese un tubo di cartone ed estrasse un suo acquerello, me lo mostrò quasi timidamente, e fu allora che vidi quel viso di fanciulla: non potei fare a meno di prendere il foglio fra le mani rimanendo a lungo a contemplare quei lineamenti delicati di “fanciulla in fiore”, le guance rosate, la bocca carnosa, ma affatto volgare, gli occhi … “Dio mio quello sguardo” custodivano tra il corrucciato ed il dolcemente incantato … tutti i segreti muliebri dalla creazione del mondo al “cataclisma” finale. Non potei fare a meno di acquistarlo: la modestia di Nunzio si manifestò anche nella sua contenuta richiesta economica. Dopo molti anni, quel volto di fanciulla mi emoziona ancora dalla parete della mia stanza da letto. Avevo voluto appenderla lì in modo da poterla vedere ed ammirare ogni qualvolta mi accingevo a dormire e quando mi svegliavo, ed è ancora là. Poi le fatiche quotidiane per reperire i mezzi necessari ed una esistenza decente mi costrinsero a diradare quelle vere e proprie immersioni in quell’atmosfera “fatata”; perdetti di vista Nunzio Spitalieri. Leonardo Sciascia lasciò questo mondo per raggiungere una dimensione “celeste” e, ne sono certo, iniziò quel colloquio d’“alta teologia” con “qualcuno” in grado di chiarirgli tutti quei dubbi sul trascendentale che lo avevano tormentato lungo tutta la vita alla ricerca di un “mondo dell’anima” che avvertiva dolorosamente nella sua straordinaria sensibilità, ma che non era mai riuscito a comprendere pienamente, molto probabilmente non per sua colpa. Anche Renato Guttuso andò a fargli compagnia, da lì a poco, per tornare amici dopo le disavventure politiche che avevano infranto un sodalizio di grande spessore fra due geni assolutamente diversi nell’intendere la vita: Renato, profondamente carnale, Sasà profondamente ideale. A poco a poco, la galleria “Arte al Borgo” si svuotò, la sua atmosfera divenne amorfa, privata delle presenze e delle voci di quei personaggi; un vuoto che si ripercosse non solo a Palermo, ma nel mondo intero, non credo di esagerare. Nunzio, da quello che appresi da una comune amica, continuò per un certo periodo a lavorare alle sue incisioni ed a quelle degli artisti amici di Maurilio Catalano, divenendo un incisore di notevole spessore, sia tecnicamente che stilisticamente. Poi, per moltissimi anni, il silenzio più fitto. Un giorno finimmo per incontrarci presso una galleria d’arte di Palermo che ospitava una mostra collettiva che accoglieva, tra le altre opere, una creazione di Nunzio. Notai subito che i suoi soggetti non avevano perduto la bellezza di una volta, semmai avevano acquisito una maturità che gli consentiva una maggiore perizia tecnica; l’ispirazione e la bellezza dei personaggi rappresentati non aveva perduto nulla del Nunzio giovane, entusiasta e rivolto ad un futuro speravamo, prodigo di soddisfazioni. In quella stessa occasione appresi che Nunzio, dopo una breve parentesi dedicata all’insegnamento presso l’Accademia delle Belle Arti di Palermo, incarico non rinnovato, aveva vinto un concorso per l’insegnamento presso le scuole statali. Non mi parve felice d’avere uno stipendio mensile assicurato, anzi, sentì nella sua voce un timido singhiozzo, che scaturiva dal suo cuore. Anche lui, come tanti altri artisti siciliani, di sicuro successo, era stato costretto ad accettare il “posto”; “doveva” e “deve” vivere, ma sempre con il ricordo di quei giorni lontani quando sembrava che tutto il mondo gli sorridesse esprimendogli amore e trepide promesse.

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