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STELLUTI

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Roberto Stelluti


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Roberto Stelluti, è un eccellente grafico; già venti anni fa Leonardo Sciascia aveva intuito il genio di questo artista, facendo giungere a Palermo alcune sue opere di una bellezza coinvolgente e di grande perizia tecnica. Nei disegni, nelle preziosissime incisioni e nella grafica in genere di Stelluti osserviamo fiori delicati di una estate senza tempo, in un paesaggio scaturito dal sogno dove il colore, inesistente, si esalta nella mente: colori solari si accendono tra i graffi del bulino, un fenomeno inspiegabile dell’inconscio che coglie la bellezza di un’opera grafica tecnicamente ineccepibile, di una armonia coinvolgente, tale da trasformare in reale l’onirico. Tutto ciò è un miraggio, è fantasia; eppure non non svilisce o vanifica la realtà dell'incisione: tecnica che ignora il colore, esaltando esclusivamente la maestria e la bellezza formale. L’ineluttabile fine di tutto s’annuncia nella corolla di un girasole che, perduto il prorompente turgore, si piega su se stessa; ma la grandiosità dell’architettura vegetale non perde la sua irrinunciabile bellezza: non risplende più di giallo sulfureo ed i semi non rigonfiano più il suo “occhio solare”, eppure quest’incisione (tra le tante realizzate da Stelluti) non rappresenta la fine di un normale ciclo vitale, ma la continuità nell’arte che, con grande perizia, rigenera la bellezza e l’armonia di ciò che è stato e si ripropone allo sguardo ammirato dell’osservatore. I “Pesci dell’Adriatico”, composti elegantemente su d’un piatto, profumano di mare: la loro immobilità è un crudele viatico all’ispirazione artistica ed il bianco e nero dell’incisione dona solennità ad umili creature che, fino a poco prima, guizzavano nel blu intenso del mare. La “Concia di Fabriano”, che la nostra fantasia trasforma in cartiera, caratteristica nobile di Fabriano, mostra fatiscenti fabbriche che, nella loro vetustà, racchiudono il senso della fine di una attività laboriosa, sudore e fatica, abilità ed abnegazione ad un lavoro che non è solo produttivo ma è esso stesso arte pura, base per infinite opere d’arte, di supporti candidi offerti all’estro dell’artista per dare vita indifferentemente a capolavori o umili tentativi tesi a soddisfare un estro creativo non supportato dalla scintilla che innesca la fiamma del “capolavoro”. Chiese senza “cielo” aprono le vaste navate dirute ad una vegetazione selvaggia che le invade di sterpi spinosi dalle foglie fitte e minute. “L’eremo di Grottafucile”, anch’esso abbandonato ad una vegetazione che soffoca le antiche mura, sembra risuonare di canti gregoriani, riportandoci a tempi di una felice operosità manuale, colma di afflato spirituale. “La villa abbandonata” genera sentimenti tristi, ma non di una imminente fine: sembrano risuonare ancora delle risa di fanciulli e chiacchiericci di una nobiltà decadente, unicamente dedita alle gioie della vita. I disegni a matita di Stelluti non fanno altro che esaltare la sua produzione incisoria: diafani frutti o fiori appena avvertiti, coprono superfici semplicemente sfiorate dal genio di questo ineguagliabile artista; tutto è etereo come visioni sognate, impalpabili “quinte” che si stagliano su paesaggi armonici, dal suono tenue come di melodia romantica , ma non decadenti, anzi portatori di quiete serena. Tutte le realizzazioni di Stelluti mostrano una bravura stupefacente unita ad una umiltà e ad una grande disponibilità al dialogo, dando alle sue opere una doppia valenza: bellezza visiva e messaggio culturale. Di Stelluti si potrebbe scrivere all’infinito tanto è notevole il personaggio e le sue numerose opere d’arte, ma per noi è bastevole, se non totalmente esauriente, quanto detto sino adesso. Del resto guardare le sue opere dice tutto, essendo stimolo e cagione di godimento interiore, una panacea al tremore che attanaglia le nostre viscere al cospetto del caos che oggi impera, sia nella vita di ogni giorno che, purtroppo, nel mondo stupefatto dell’arte.

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