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L’atmosfera che esala dai dipinti di Antonio Toma risuona di dolci e antiche armonie: paesaggi sognati, specchiati nel bimbo che alberga in noi, sorridente o crucciato ma mai disincantato, immune dalla pesante patina degli anni che fa curvare le spalle e schiaccia ogni speranza nel futuro. Il coinvolgimento è immediato: questi paesaggi, questi scorci architettonici, i personaggi, immersi in un mondo candido e accecante, parlano all’osservatore trasmettendogli le vibrazioni, la creatività sofferta; tutto il sentire ed il concepire dell’artista si sviluppa in un bozzolo setoso, dal quale volerà un essere rinnovato, mondato da tutte le brutture di un’esistenza che si specchia in una natura inaridita, esausta, tragicamente svuotata da ogni ideale, da ogni anelito di libertà e amore. Gli ulivi saraceni tendono le braccia rattrappite verso il cielo lontano in una muta preghiera di salvezza; i tronchi ritorti, simulacro di una vita millenaria, cantano le lodi della natura ed in essa si avvitano in un movimento lento ma inesorabile, tesi al raggiungimento di una perfezione da sempre intravista e, sulla soglia di quell’ideale, il legno gemente si arresterà in eterna attesa. La pittura di Toma sconvolge per semplicità ed insieme incisività; l’artista ha riservato nelle sue opere le passioni, le gioie e le immense tristezze che intimamente ha avvertito e che non ha voluto tenere egoisticamente per sé: le ha tradotte in messaggi pittorici, in implorazioni. Le sue tele “parlano”, raccontano di vite gloriose, di muti dolori, di gioie mai totali, sempre tragicamente in attesa del duro e freddo contatto con la realtà. Non è un fuggire, un “ripararsi” da una vita piena di incognite, quanto piuttosto uno scoprire impietosamente la realtà, non importa a quale prezzo; la totale distruzione è la sublimazione di un esistenza esaltante, tutta tesa a narrare la “vita” ed in essa obliarsi. Abbiamo già visto gli stessi soggetti rappresentati da altri artisti; Toma, quindi, non scopre nulla, non inventa tecniche nuove e rivoluzionarie: si limita a rappresentare la natura che lo circonda, l’umanità che “accanto” a lui vive, con tecnica raffinata. Ma non è questo a distinguerlo: è il modo, l’ansia, l’amore che è presente in tutte le sue opere che costringe alla riflessione: non oggetto di fuggevoli sguardi ma di analisi profonde alla ricerca di una risposta che è già lì, a portata di mano; nulla viene fatto con complesse teorie ma si sviluppa nella gioia di un linguaggio sincero intimamente sentito. Toma racconta il vero che lo circonda con chiarezza, senza stratagemmi o funambolismi stilistici. Con le sue opere sembra dirci: “Questo è il mondo che vediamo ogni giorno, in ogni ora della nostra esistenza ma che noi, stolti e rigonfi di boria, rifiutiamo perché troppo semplice, troppo evidente, troppo lontano dal modo deteriore di concepire la vita e i nostri simili”. Raramente abbiamo provato sensazioni tanto appaganti davanti ad altre opere pittoriche, in mille occasioni osservate e giudicate; Toma quieta il nostro animo in perenne attesa, non verità assoluta, ma pacato fluire di immagini e concetti che, alfine, placano una ansia febbrile, dettata da infiniti interrogativi, da mille pudori, da incalcolabili incertezze che, al termine, distorcono una realtà scorta attraverso le lenti deformanti di una vita fatta di illusioni, cocenti delusioni e brevissimi squarci di vita serena.
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L'artista pugliese focalizza l'attenzione sulle sue opere per la scelta pittorica e per la tecnica realizzativa, entrambe sorrette da un significativo patrimonio culturale. Dal candido supporto della tela emergono, a guisa di ectoplasmi, alberi, uomini, nature morte, scorci architettonici. Soggetti chiari e non indistinti, reali e tangibili, che si compongono come elementi tridimensionali; giuoco funambolico visivamente impercepibile, ma cerebralmente captato ed avvertito. Ulivi saraceni si avvitano nel cielo tranquillo; il tronco tormentato, ferito da secoli di vita, sembra invocare un po' di quiete, una tregua al vento, alla pioggia, al fulmine, all'uomo al quale per secoli ha dispensato la preziosa linfa stillata dal suo frutto. La sapienza pittorica di Toma, dà vita sulla tela ad un'immagine tragicamente reale, ammorbidita da un animo sensibilmente condizionato dalla visione dolorosa che quella pianta emana. Ogni piega, ogni torsione del tronco, drammatizza un'esistenza che suona come condanna alla caparbietà di questa pianta assimilabile all'uomo; come questo si ostina a vivere radicandosi sul sasso, come questo soffre le intemperie, gli scossoni del vento, perpetuando nei secoli un “modo d'esistere”, d'imporsi e di creare. Antichi portali di palazzi nobiliari spalancano le loro bocche vegliarde a raccontare storie di un mondo lontano, scandite dallo scalpitio dei cavalli sul selciato segnato dalle ruote delle carrozze pomposamente agghindate, consce del nobile peso di dame e cavalieri. Gli uomini scaturiscono dal nulla per tuffarsi nell'ignoto; l'artista pone i personaggi dipinti in una dimensione priva di tempo e di spazio. è l'uomo che viene rappresentato, non il mondo in cui vive, quasi a volere accentrare l'attenzione su di un essere strano, capace di atti eroici e di creazioni fantastiche, ma anche di inumanità inenarrabili e votato all'autodistruzione come oblazione di una vita parossistica. Questo insieme di sensazioni non sono certamente estranee alla sapienza pittorica di Toma che, senza alcun artificio o sfoggio accademico, riesce a trasferire sulla tela emozioni sopite, vibrazioni dalla coinvolgente liricità di un mondo ormai perduto, riposto nei meandri illanguiditi di una memoria violentata dal vivere quotidiano. La lettura delle opere di Toma, apparentemente elementare, ad una attenta analisi rivela una complessità inattesa, stimolante e per questo più gradita ad una lunga visitazione. I dipinti di questo artista sono il frutto innegabile di una tecnica raffinata ma anche, soprattutto, di trasposizioni di un modo di sentire, vedere e soffrire dell'artista che alla sua arte non chiede solo effimeri consensi quanto specchiate visioni dell'esistere di una umanità felice o triste, in ogni modo protesa a perenne creatività.