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Renato Tosini
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Il triste velo della notte si stende sulla città, le luci dei fiochi lampioni e delle finestre che s’illuminano man mano con pigra cadenza, “bucano” a stento l’improvviso occultarsi del sole; tutto è immerso in un fatuo lucore limbico e i colori smorzano la loro virulenza ritraendosi in anonima attesa attendendo, per riaccendersi, la fine di quella “indispensabile” censura. L’umanità “esterrefatta” si appresta ad immergersi in quello stato larvale di morte-non-morte, un sonno che ottenebra le menti su una realtà banale, una purificazione che permette pensieri sublimi, mondi che solo il sogno può ridestare; pensati, cullati per giorni, per anni, posti in un cantuccio tenuto gelosamente segreto e poi subitaneamente affiorati con dolorosa ma esaltante violenza a ridare forza vitale, voglia di fare, di dire, di lasciare un segno, un sigillo che giustifichi il vivere un’intera esistenza sballottati come canne al vento dall’incomprensione e della grettezza per non dire, insieme con tanti: “Calati juncu ca passa la china”. Renato Tosini, con le sue opere pittoriche, ha spalancato il suo “cantuccio segreto”, un mondo tutto suo che non ammette intromissione alcuna, ne di stile ne di pensiero di corrente, fuori delle codificazioni che lo costringerebbero nell’ambito ristretto di una “tendenza”, privandolo della parola, di una sua “lingua”, di affermazioni definitive. Renato Tosini, ama esprimersi nelle ore notturne, sottratte al sonno che fatica ad impossessarsi dalle sue membra; ma la mente elabora idee e visioni immerse in una bruma crepuscolare, figure e cose che emergono dall’onirico, un sogno ad occhi aperti che vede emergere dall’ignoto parvenze umane, silhouettes di case, di alberi … di barche arenate, prigioniere delle secche che spesso precludono ogni umana rivalsa e che il sogno non è in grado di evitare. Dal grigiore generale emergono figure che s’impongono per postura e corpulenza; solitari, in fitti assembramenti, soggiogati da imminenti bufere le cui nubi minacciose lasciano filtrare un flebile raggio solare che, “fulminando” un uomo “schiacciato” dai pensieri, gli infonde una parvenza di speranza. La luce, i colori, i vestiti indossati dai personaggi di Tosini, con la inconfondibile bombetta, lo collocano lontano, nel tempo e nello spazio, da una Sicilia vibrante di colori, profumi ed armonie. Eppure qualcosa di siciliano fa capolino dalle opere di Tosini: è il gusto irrefrenabile della satira alla quale non può rinunciare un “siculo”, un bisogno vitale che alle volte è crudele ma mai volgare scherno; è un “velato sorriso” sulle miserie dell’umanità, un atteggiamento filosofico di vedere la vita che tutti i siciliani, nessuno escluso, ha retto nei secoli, a barriera contro gli insulti della storia di una terra tanto agognata quanto depredata dei suoi beni, ma non nell’anima popolare, immortale per cultura, tradizioni e affetti. Il personaggio dalla cute glabra che tiene in mano l’immancabile bombetta, in un atteggiamento fra l’assorto e l’ammirato, osserva una città che, con il suo candore, contrasta evidentemente con la massa cupa dell’alto monte che la regge in cima; il mare scuro isola quel “dente” di roccia ma non condanna la “bianca” città all’isolamento. Quest’opera si contrappone con evidenza al famoso dipinto “L’isola dei morti” di Arnold Böcklin che la dipinse nel 1880, rendendo perfettamente la tristezza e l’abbandono definitivo, un’Ade tragica a precludere ogni speranza di rivalsa, di riscatto, di ritorno alla vita, un’opera romantica dall’atmosfera ossianica tecnicamente attraente, un’attrazione malsana che conquistò l’anima, vinta dal maligno, di Adolf Hitler, un personaggio lugubre, agghiacciante. Uomini paludati con serissimi pastrani, fluttuano nel cielo tempestoso, avvinti a fragili aquiloni, osservati da invidiosi, pretenziosi, imponenti personaggi che anelano di prendere parte a quel fantastico volo, verso mete sempre più alte, trascurando la possibilità di precipitare al suolo, appesi come sono a quei fragili “volatili”, perdendo la vita per banale desiderio di affermazione. Poi, adulti che si trastullano con giuochi infantili, senza abbandonare il loro futuro atteggiamento dominante. Tutta la pittura di Tosini è in bilico altalenante fra realtà e sogno, nulla è definito o definibile, solo la sua grande carica intellettuale è un punto fermo: i suoi messaggi chiari ed imperativi sono lì, davanti a noi, per essere ascoltati ed attuati come consigli provenienti da un “grande vecchio” disincantato, ormai libero da condizionamenti e, meno che mai, da deludenti frivolezze.