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Accursio Truncali
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Il mondo interiore di Accursio Truncali si mostra con infinita pudicizia eppure è altrettanto forte ed evidente, in un racconto “urlato”, caratteristico di chi, per troppo tempo, ha serbato gelosamente un segreto creativo nell’atroce dubbio di non essere compreso e, al fine, quale fiume in piena, si precipita impetuoso a travolgere incertezze e formalismi. Un animo sensibile è subito pronto ad evidenziare l’aspetto emotivo di avvenimenti ritenuti, dai più futili, di nessuna importanza; un animo sensibile, ricerca affannosamente, in un sussulto mentale, quei ricordi riposti nel cantuccio più buio del nostro subconscio nel tentativo disperato di sopravvivere ad una società arida e violenta, tesa a fagocitare ogni anelito alla bellezza ed alla quiete serena. I collages, le sculture e le grafiche di Truncali tendono, appunto, a sottolineare l’evidente massificazione di un mondo pervaso da pulsioni autodistruttive. L’uomo è succube delle macchine e non sereno fruitore di strabilianti conquiste esaltanti il genio umano, giace impotente, fulminato in un “attimo infinito” a prolungare un dolore universale che Truncali ben sintetizza in sculture assemblando “le viscere” di ciò che rimane di corpi metallici rimbombanti di un vuoto freddo e pauroso, simulacri pietrificati di un modernismo frainteso. Come nelle sculture, anche le altre realizzazioni di Truncali risentono di un segreto sentire dove la “costruzione” dell’opera richiede elementi comuni, adattati alla sua narrazione in perfetta armonia con un cromatismo a volte brumale, a volte corrusco che lascia filtrare un esplodere di sentimenti e sensazioni dal ratto sovrapporsi; il tutto è pervaso da un substrato culturale di notevole spessore. Il procedere artistico di Truncali privilegia il connubio inscindibile opera-artista: del resto non si può comprendere un’opera d’arte facendo leva esclusivamente sulle proprie intuzioni. Le emozioni forti fanno scaturire quel “moto dell’anima” che è la scintilla che pone in stupefacente simbiosi l’artista ed il fruitore della sua opera e Truncali, compreso nella esaltazione artistica, è felice di condividere le trepidazioni, le ansie e le attese, con il suo naturale interlocutore; in fondo è questo che dà vita ed anima al suo “lavoro” dai contenuti artistico-simbolici di forte tessuto poetico e visivo.
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Fin dalla notte dei tempi e presso quasi tutte le popolazioni che diffidavano dalle altre civiltà difendendo con accanimento le loro identità religiose e culturali, veri e propri baluardi impenetrabili a qualsiasi influenza esterna e questo per svariati secoli, il cerchio costituiva per tutti un simbolo, anzi “il simbolo” della perfezione e, prima ancora che figura geometrica tangibile, simbolo astronomico, geografico e religioso. Che la figura circolare sia il massimo della perfezione, venne condiviso ed applicato nei più svariati campi, eleggendolo a simbolo di tutte le civiltà progredite. Accursio Truncali non nega questo primato: dotato di grande fantasia (dote indispensabile per un artista) ma anche di profonda razionalità, scorge nella forma circolare, non l’aspetto esoterico e spirituale ma l’inizio di un percorso lungo secoli e che gli esseri umani hanno trasformato in forma di distruzione universale. Il simbolismo di Truncali non può basarsi sulla “pura” forma circolare, ma la rappresenta con l’evidenza disarmante di un “cerchio” d’automobile: una infinità di “cerchi”, piccoli, grandi, semplici ed elaborati, tutti comunque mischiati in un caos che confonde e terrorizza. “Cerchi” che permettono alle automobili di muoversi, di correre all’impazzata, di uccidere sull’asfalto di una moderna autostrada o, più subdolamente, sprigionando nell’aria che respiriamo tonnellate di un veleno silente che intossica e lentamente “annulla”, permettendo a milioni di motori di sviluppare la loro micidiale potenza. Ecco perché Accursio non vede in questi “cerchi” simboli, più o meno, rappresentanti spiritualità. Il culmine dell’evidenza dell’affermarsi di una società schiacciata dalla frenesia produttiva, Accursio lo raggiunge quando “assembla” “cerchi” di automobili, chiavi inglesi incrociate come ulne di una bandiera pirata; perché questi simboli stanno ad indicare sfruttamento, sofferenza e morte a solo vantaggio di uno sparuto numero di super ricchi che, altro elemento rappresentato, occultano un mondo infernale, coprendo gli occhi di un neonato con due “cerchi” di automobile: per impedirgli di guardare il suo mondo che va in rovina? O per condizionarlo, fin dalla nascita, come in un diabolico “imprinting?”. Ed ancora, corpi come contenitori privi di ogni consistenza carnale ricolmi di quel simbolo, come un telefono, anch’esso saturo di cerchi, collegato alla cornetta, cioè l’unico mezzo per chiedere soccorso, con un filo di ferro spinato, chiaro segnale di costrizione, corporale, mentale e spirituale. Straordinariamente efficace ad esprimere l’idea di Truncali che cavalca un cavallo impazzito che scavalca fiumi, burroni e montagne, pur di affermare un concetto che ritiene, a ragione, imprescindibile per donare all’umanità la residua speranza di un riscatto che non è utilitaristico egoismo, ma dono sublime all’intero Creato. Come ignorare l’intimo messaggio di Accursio quando rappresenta una chioccia che cova amorevolmente un cumulo di tondini elegantemente traforati come splendidi gioielli e che, invece, sono ancora una volta “cerchi” per automobili che il calore del suo corpo dischiuderà ad altri “micidiali cerchietti”? Il pericolo atomico, le mostruosità della natura, uomini ed uccelli illuminati da un sole malato che saetta i suoi strali di fuoco, non per riscaldare ma per distruggere corpi e speranze che solo le voci limpide come quella di Truncali, possono ridonare al futuro che, forse, non ci riguarderà direttamente, ma certamente ai nostri figli ed i figli dei loro figli, fino al naturale spegnersi del fuoco solare, fra milioni di anni.
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La mia conoscenza di Accursio Truncali e delle sue realizzazioni artistiche, risale a parecchi anni addietro ed è ancora viva in me una sensazione di pressante curiosità; a destare in me vivo interesse non furono solo le sue, ma l'artista stesso, il suo modo di esprimere le sensazioni che lo avevano stimolato a creare qualcosa di non convenzionale, senza alcuno sforzo per descrivere quel qualcosa che lo aveva distratto dall’evidente per condurlo a ricerche che celavano, pericolosa, la tagliola del banale, del “deja vue” o, peggio ancora, evidente vuoto di creatività, un isterilimento della fantasia, quindi la morte dell’arte stessa. Cercai allora di carpire senza pregiudizi le opere di Truncali, mondando la mia mente da stili, tendenze e scorie accademiche. Riuscii allora a comprendere? Ad interpretare correttamente un’idea senza “attossicarla” con dissertazioni vuote e forvianti l’idea di Accursio? Non lo so ed ancor oggi me lo chiedo, sempre in attesa di una controprova, una specie di esame di riparazione capace di fare giustizia sulla mia idea e quella dell’artista. Oggi mi si ripresenta l’occasione tanto attesa: le opere realizzate da Accursio per esprimere il suo intimissimo concetto di “mafia”, rispondono ai miei interrogativi, forse esaurendo un’incertezza che meritava una conferma, quella testimonianza intellettiva e quindi visiva che giunge a veicolare idee e concetti finalmente arricchiti da un pathos che tutto avvolge in un’aura di pensieri puri, contenenti “l’idea” senza esibizioni personalistiche di abilità espressiva; solo concetti, colore violento e simbolismi che affascinano nella loro cruda, spaventosa realtà. Visi accennati, stilizzati, deformati dal dolore che non si limita ad una sensazione fisica, ma principalmente intima, a squassare l’anima e la coscienza nel chiedersi se tutti noi siamo esenti da colpe, se la nostra violenta condanna non è inquinata da qualche fantasma che si cela in un cantuccio della nostra anima, non voluto ne desiderato, ma ereditato geneticamente nel trascorrere di secoli macchiati da soprusi che forse, qualche giorno, hanno fatto comodo anche a noi. Facciamo allora un esame di coscienza al termine del quale potremo comprendere l’intimo senso delle opere di Truncali, apprezzandole come limpidi segnali di un futuro artistico sempre più maturo, non solo tecnicamente (caratteristica già evidente e pregnante) ma sopratutto nei risvolti cerebrali, capaci di costringere gli osservatori delle sue opere a comprendere l’arte come veicolo insostituibile di cultura e quindi di civiltà, di benessere e d’amore universale.