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URSILLO

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Domenico Ursillo


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Da molti anni, da troppi direi, il mondo dell’arte è tormentato da una diatriba tanto sterile quanto vana sul prevalere dell’informale sul figurativo, ritenendo la seconda corrente come obsoleta e ripetitiva sulla scia, sempre più vacua, di un classicismo “nobile”, adesso immagine sbiadita di un tempo favoloso, giunto ormai ad una meta invalicabile oltre la quale non vi è più nulla che giustifichi la pena di affannarsi nella ricerca della perfezione oltre la perfezione; sarebbe un continuo rielaborare un “deja vu” avvitandosi ad un giuoco perverso molto simile ad un inganno visivo ed espressivo. Io non ho avuto mai nulla da ridire sull’informale e tutte le espressioni artistiche che sono venute affermandosi nei decenni, ma sta proprio nella mia comprensione una obiezione che è alla base della mia “idea”, opinabile certo, ma scevra da condizionamenti materialistici o di vacua tendenza legata a teorizzazioni che hanno più l’apparenza di frivola moda che vera convinzione intimamente critica. La mia “idea” è talmente ovvia da sembrare semplicistica, ma felice d’andare incontro ad eventuali critiche, l’espliciterò egualmente: l’informale e tutto l’altro non può prescindere dalla pittura classica, perché se così non fosse non parleremmo più di “correnti”, quanto di semplici esercitazioni grafiche, più o meno apprezzabili e godibili per invenzione e piacevolezza cromatica, ma bella “ghirlanda” floreale ad inquadrare il “nulla”. Questa lunga e probabilmente tediosa premessa è, secondo il mio punto di vista, necessaria a chiarire un concetto che ha condizionato e continua a condizionare il mondo dell’arte, emarginando tutti quegli artisti che, fedeli all’espressione classica, proseguono sulla via tracciata da artisti impareggiabili, senza per questo svuotare le loro opere di contenuti emotivi e di godimento intimistico. Una conferma più che evidente si può trovare nel vasto e variegato repertorio dell’artista, evidentemente figurativo, Domenico Ursillo. Questi è in possesso di notevole tecnica e feconda ispirazione, emanazione poetica di un attenta osservazione del mondo che lo circonda, uno sguardo indagatore che, sorvolando sugli aspetti banali, si focalizza su di un particolare anche minuto, che rappresenta al suo sentire artistico, il “nocciolo” fecondo estrapolato da un insieme superfluo, molte volte schermo deformante di una armonia mortificata da fronzoli inutili ed invadenti. Come un racconto coerente le creazioni di Ursillo percorrono strade che conducono a visioni di mondi, se non perduti, celati allo sguardo di tutti coloro che rifuggendo dal frastuono del “divertimento ad ogni costo”, ricercano luoghi e visioni pervase da una musicalità dolce, serena, come le armonie che accompagnavano un mondo lontano nel tempo, ma sempre presente nella mente di coloro i quali anelano il ritorno di una civiltà senza violenza, dolore e sopraffazione. Ogni opera di Domenico vive di una realtà disgiunta da un torpore visivo che non opacizza solo l’immagine, ma anche il pensiero e con esso ogni forma di sentimento, il ricordo di un borgo cristallizzato in un momento caratterizzante, estrapolato da una esistenza secolare. Ed ecco rivivere una civiltà contadina scandita dalla logicità dell’alternarsi delle stagioni, di un tempo e di un’attesa regolata dall’orologio infallibile della natura che oggi, purtroppo batte i suoi rintocchi senza logica, correndo paurosamente verso un baratro che verrà colmato da un’irrefrenabile e pauroso desiderio autodistruttivo. Gli invisibili vicoli che serpeggiano tra le modeste case, accattivanti nella loro semplicità, si suppone ospitino l’attività amorevole delle massaie intente a preparare il ranno per il prossimo bucato, a rimestare il sugo odoroso che compenserà lo sposo, a sera, dalle dure fatiche della terra; una anziana donna paludata di nero siede davanti alla soglia della sua casa: è in attesa impaziente di scoprire l’immenso mistero dell’eternità, di un mondo “altro” che le donerà finalmente quelle gioie che le sono mancate nella dura e lunga vita, tutta dedita alla famiglia ed ai figli, adesso dispersi nel mondo, stanchi di spezzarsi la schiena per pochi soldi ed una vita grama. Ursillo non sogna, rivede con gli occhi della memoria visioni ritenute perdute ed invece ancora attuali in tanti luoghi della stupenda campagna italiana. I paesaggi di questo sensibilissimo artista sono il logico completamento di un insieme armonico che tante tessere di un puzzle sezionano nell’attesa paziente di un animo pronto ad accogliere la poesia della natura; un animo capace di ricomporre con logica e amore, ad un mondo non ancora deturpato dall’uomo, ridando vita, purtroppo solo visiva, ad una esistenza ricondotta alla primordiale armonia. L’artista non disdegna di dipingere cesti di frutta, elegantemente disposta, che qualcuno si ostina a chiamare “natura morta” perché priva di vita solo in apparenza: forse le mele, l’uva, i limoni e tutta l’altra frutta non mostrano nel loro turgore una vitalità prorompente? I campi “fulminati” dai raggi del sole che generano vita florida, ma anche siccità e morte, non scompongono l’immobilità dei buoi in paziente attesa d’essere aggiogati all’aratro per trainarlo con apparente facilità mentre il vomere “seziona” in profondità la terra grassa che dischiude il suo corpo mostrando le zolle lucenti e fumanti, pronte ad accogliere i chicchi di grano per farlo germinare e nutrire gli uomini, così come ha fatto per milioni di anni, a ritmo cadenzato dell’ampio gesto del contadino che, avanzando, sparge sapientemente il prezioso frutto. Tragico ed affascinante il contrasto fra la rappresentazione degli alberi in veste invernale ed i cespugli ricchi di splendidi fiori. I primi mostrano i rami spogliati dalle foglie dalla tramontana di autunno, dita scheletriche protese verso il cielo plumbeo nell’attesa di rivivere al dolce calore solare che porta abbondanza di frutti e di allegria; adesso quelle dita adunche stridono nel gelo invernale. Visione totalmente diversa visivamente e nell’umore, i cespugli fioriti che rallegrano l’anima e aprono lo spirito alla speranza, al bello, suggerendo agli alberi di non disperare perché la natura ridarà anche a loro colore, profumi, nell’eterno alternarsi fra morte e vita, gioia e dolore e, alla fine, tutto risuonerà d’armonia, lontana dalla follia degli uomini, unici responsabili delle brutture del mondo, del suo risuonare disarmonico.

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